16 luglio 2019
Aggiornato 15:00
Qual è il vero scandalo?

20.000 e-mail svelano quanto è «democratico» il partito di Hillary Clinton. E lei accusa Putin

Qualche giorno fa sono stati svelati i giochetti del Comitato nazionale democratico pro-Clinton e a svantaggio di Sanders. Ma a fare più notizia è l'hackeraggio imputato (ovviamente) a Putin

WASHINGTON - Che le relazioni tra Stati Uniti e Russia siano quantomeno «problematiche» non è affatto una novità. Neppure è una novità la consuetudine del mondo occidentale (per la verità sempre meno compatto su questo argomento) di cogliere ogni buona occasione per puntare il dito contro Vladimir Putin. Qualcuno - ne abbiamo già parlato - è arrivato addirittura a sostenere che il «dittatore russo» avesse una qualche responsabilità per la Brexit, e che stesse festeggiando il divorzio di Londra dall'Unione. Ma la ciliegina sulla torta è stata raggiunta in queste ore, quando al Cremlino è stata imputata la fuga di notizie che ha svelato (anzi, provato) fino a che punto l'establishment democratico abbia cercato di favorire la campagna di Hillary Clinton rispetto a quella di Bernie Sanders. Secondo i complottisti, quello di Putin sarebbe stato un tentativo di favorire Donald Trump, candidato decisamente più «simpatico» a Mosca per le sue posizioni caute sulla Nato e per la più volte dichiarata simpatia per lo stesso Putin. 

Lo scandalo che fa impallidire i democratici
Ma andiamo con ordine. Qualche giorno fa, WikiLeaks pubblica circa 20.000 e-mail rubate dai server del Comitato nazionale democratico, cioè l’organo di comando del partito. Tra queste, spiccano le comunicazioni della presidente Debbie Wassermann Schultz, che non a caso ha annunciato le proprie dimissioni alla vigilia della convention del partito. I messaggi provano a 360 gradi i sospetti già circolati durante la campagna elettorale: per favorire la candidata dell’establishment, sono stati rimandati dibattiti elettorali, sono stati fatti circolare giudizi negativi sulla campagna di Sanders e sono state diffuse voci sul suo presunto ateismo. Una vicenda, insomma, di evidente gravità, per un Paese che presume di essere il campione della democrazia e per un partito che si onora di chiamarsi, appunto, «democratico».

Colpa di Putin
Ma qui arriva il bello: anziché condannare vigorosamente quanto accaduto e magari annunciare i dovuti provvedimenti, l’astuto staff della Clinton cosa fa? Accusa Putin. Ben sapendo che, puntando il dito sul Cremlino, l’epicentro dell’attenzione si sarebbe spostato dal merito della vicenda all’hackeraggio dell’orribile dittatore russo, riuscendo per di più a scaricare il pubblico biasimo su Donald Trump. Perché Putin avrebbe agito proprio per favorire il tycoon: e se il nemico acerrimo dell’America è «amico» di The Donald, The Donald non può che diventare per l’America un pessimo candidato.

Cambio di focus riuscito
I risultati della strategia hanno dato i propri frutti. Facendo una rapida ricerca su Google in merito alla vicenda, si può subito osservare come il cambiamento di focus sia perfettamente riuscito: facilissimo trovare sul web le accuse dirette al Cremlino, più difficile capire il contenuto delle 20.000 e-mail pubblicate e ricostruire le modalità con cui il Comitato nazionale democratico ha favorito Sanders. E, ovviamente, sul coinvolgimento della Russia inizierà a indagare l’Fbi, dopo aver assolto la stessa Clinton dallo scandalo riguardante l'uso di un server privato di e-mail mentre era segretario di Stato.

Chi è il colpevole?
Sulla responsabilità dell’hackeraggio, al momento, c’è ben poco da dire. Esperti interpellati dal New York Times e dal Washington Post sostengono che i server del partito sarebbero stati violati da due agenzie d’intelligence russe, le stesse che avrebbero in passato attaccato i server di Casa Bianca, dipartimento di Stato e dei vertici militari. Quanto al portavoce della Clinton, ha puntato il dito senza fornire alcuna prova. Il Cremlino ha ovviamente smentito, ma la vicenda ha un che di epico: perché nemmeno nel periodo peggiore della Guerra Fredda lo staff di un candidato si era spinto fino a tali accuse, e perché si tratta, senza dubbio, di una delle più importanti operazioni di furto informatico ai danni di un’organizzazione statunitense. Ma il punto rimane un altro: il punto è che, chiunque abbia fatto venir fuori quelle e-mail, oltre a macchiarsi di un crimine informatico, ha di fatto scoperchiato un sistema corrotto e pericolosamente anti-democratico, proprio nel Paese che si erge a difensore ed esportatore della democrazia nel mondo e nel partito che, alla democrazia, si intitola. Un sistema di cui non si sta parlando abbastanza, perché nel frattempo i media occidentali sono tutti impegnati a puntare il dito contro Putin.

Trump troppo vicino a Putin, Putin troppo simpatico a Trump
Putin che avrebbe agito, peraltro, in virtù di qualche affermazione di Trump considerata un segnale conciliante nei confronti della Russia. Si è molto parlato delle attestazioni di stima che il tycoon ha indirizzato al capo del Cremlino, e delle sue perplessità sull’attuale funzionamento della Nato, definito un dispendioso organismo ormai obsoleto. E tale presunta «corrispondenza» tra Trump e Putin ha fatto subito scattare i media occidentali, offrendo loro su un piatto d’argento l’opportunità di screditare il candidato repubblicano. Così, non deve stupire la circostanza per cui, digitando sul web il nome di Donald Trump nel giorno della convention repubblicana, comparivano numerosi articoli sul genere del titolo del Washington Post: «Trump dimostra di essere il cagnolino di Putin». Neppure devono stupire le puntualissime accuse lanciate a Mosca dallo staff della Clinton dopo la pubblicazione delle e-mail dello scandalo: lo staff della candidata democratica deve aver subito realizzato l’opportunità che aveva tra le mani di addossare il pubblico biasimo su Putin e sul suo «amico» Trump. Prendendo due piccioni con una fava.

Il risultato
Così, il risultato è sotto i nostri occhi. La convention democratica ha visto lo sconfitto (e beffato) Bernie Sanders arrendersi a mani basse ai dettami del partito e alla candidata prescelta, nonostante avesse ora ottime ragioni per non farlo. Delle 20.000 mail si parla, ma quasi esclusivamente per ricordare quanto «brutto e cattivo» è Putin e, con lui Donald Trump. E il retoricissimo discorso di Michelle Obama a sostegno della Clinton completa l’opera di anestesia globale. Ecco come funzionano gli Stati Uniti d’America.