28 settembre 2020
Aggiornato 04:00
La sfida sarà probabilmente tra Trump e Clinton

L'esperto: ecco cosa succederà negli USA adesso

Per Dario Fabbri, collaboratore di Limes, Hillary Clinton ha di fatto in mano la nomination democratica mentre Donald Trump è senza dubbio il favorito sul fronte repubblicano anche se colpi di scena e svolte non sono almeno in linea di principio da escludere.

NEW YORK - Hillary Clinton «ha di fatto in mano» la nomination democratica mentre Donald Trump «è senza dubbio il favorito» sul fronte repubblicano anche se colpi di scena e svolte non sono almeno in linea di principio da escludere. Secondo Dario Fabbri, collaboratore di Limes esperto di Stati Uniti e Medio Oriente, è questo in particolare il risultato emerso dall'atteso 'Super Tuesday' di questa notte.

«Il risultato lascia intuire come Trump sia senza dubbio il favorito», spiega ad askanews, «In termini di delegati, visti quanti numeri gli mancano per la nomination, è ancora abbastanza lontano ma il margine in termine di tempo per i suoi sfidanti si va riducendo. Non è ancora il candidato ufficiale, inevitabile, ma non siamo nemmeno molto lontani da uno scenario come questo».

E' indubbio però che, a dispetto delle dichiarazioni dello stesso Trump, la sua è una candidatura che divide i repubblicani: sono possibili colpi di coda? «Lo spazio in termini matematici ci sarebbe anche», risponde Fabbri, «Sono oltre 2mila i delegati necessari per raggiungere la nomination e ancora mancano, siamo soltanto ad alcune centinaia per Trump (molto meno i suoi sfidanti). Il 'problema' è che i sondaggi lo danno in netto vantaggio, anche sul terreno degli altri. Ad esempio lo sfidante dell'establishment per eccellenza della Florida in questa fase è stato Marco Rubio, c'è anche John Kasich nell'Ohio: Trump è in vantaggio su tutti e due in questi stati». Insomma, precisa, «se esistono margini matematici, ne esistono molti meno in termini di opinione pubblica. Almeno così sembrerebbe. Dobbiamo calcolare che per molto tempo, fino di fatto a un paio di settimane fa, l'establishment repubblicano aveva ampiamente sottovalutato il fenomeno Trump. Primo perchè Trump non si era candidato per vincere le elezioni, ma semplicemente per diffondere il suo brand e farsi pubblicità. Ancora oggi spende più in cappellini e gadget che in stipendi per il suo staff. Poi però ci ha preso ovviamente gusto, perchè i sondaggi lo hanno catapultato in cima alle preferenze, e se continuasse a vincere con il tempo necessario all'establishment per accorgersene la situazione a quel punto potrebbe essere già sfuggita di mano».

 'Cambiando sponda' e parlando della Clinton, sono due gli aspetti da considerare. Primo «che sul fronte democratico l'establishment del partito, ovvero i poteri forti, in particolare quelli finanziari (i partiti americani non sono come quelli europei, non c'è una vera dirigenza, sono arcipelaghi molto larghi), hanno fissato il paletto sui cosiddetti super delegati», ricorda Fabbri, Sono «quelli che scelgono i candidati indipendentemente dalle vittorie che conseguono sul terreno. Questo significa che anche se ci fosse un anti-establishment, come poteva essere Sanders, questo viene penalizzato dai super delegati che invece sono tutti schierati con Hillary. Oltre a questo dobbiamo calcolare che Sanders non è un candidato trasversale, ha il vantaggio di avere una forte presa sui giovani ma ce l'ha nulla sulle minoranze. Ispanici e afroamericani non vedono in Sanders un candidato reale, mentre guardano molto di più alla Clinton. Per tutte queste ragioni, oltre che per lo straordinario potere finanziario che ha la sua famiglia e i finanziatori che la sostengono, la Clinton ha di fatto la candidatura in mano».

Ma alcuni 'scheletri' nell'armadio della Clinton all'epoca in cui era segretario di stato, come la Libia o la vicenda della mail, potrebbero influire in campagna elettorale? «Sì, potrebbero ritorcersi contro di lei, perchè si vanno a sommare a un'antipatia generalizzata nei suoi confronti che l'opinione pubblica americana ha», riconosce l'esperto di Limes, «La Clinton non è molto amata negli Usa, neanche da chi la vota. Nemmeno dai democratici, che la votano un po' come male minore. Ma non riscuote un entusiasmo particolare. La questione della Libia, ma soprattutto quella delle mail, si va a inserire in una candidata che è considerata da molti disposta a tutto pur di vincere, anche a modificare le sue opinioni in merito ai vari temi che compongono la campagna elettorale, piuttosto che a nascondere pareri o fatti attraverso un server privato. In questo tipo di campagna elettorale, anche queste vicende - un po' meno quella della Libia, perchè gli americani la politica estera la seguono soltanto tangenzialmente - potrebbero avere una rilevanza non decisiva ma comunque importante».

(Con fonte Askanews)