23 ottobre 2019
Aggiornato 12:30
Verso la Brexit?

Ue-Regno Unito: storia di un matrimonio difficile e di un divorzio rischioso

Il referendum di giugno si avvicina a grandi passi, e per David Cameron il difficile inizia ora. Perché per il Regno Unito quello con l'Europa è sempre stato, per ragioni storiche e non solo, un matrimonio altalenante; ma anche il divorzio, agognato da molti, è colmo di rischi

LONDRA - Sono stati giorni particolarmente complessi per l'Unione europea, asserragliata dalla crisi migratoria e impegnata a negoziare i termini di appartenenza del Regno Unito, per evitare di perdere per strada un pezzo importante. Eppure, ad accordo firmato, i giochi sono tutt'altro che chiusi: per l'Europa, perché la prospettiva di una Brexit richiede preparazione, oltre che i debiti scongiuri; per David Cameron, perché ora inizia il difficile: forte del «bottino» ottenuto da Bruxelles, il primo ministro inglese deve ora convincere gli inglesi a rimanere nell'Ue, dopo aver fatto l'azzardo di promettere loro un referendum per uscirne. Ma il dibattito si prospetta particolarmente duro: anche perché nessun risultato può dirsi scontato, visto che il rapporto del Regno Unito con l'Europa è sempre stato piuttosto altalenante. 

Un matrimonio altalenante
«Altalenante» è quasi un eufemismo. Alla fine della Seconda guerra mondiale, fu proprio Wiston Churchill ad invocare la creazione di «una struttura sotto la quale vivere in pace, in sicurezza e in libertà… Una specie di Stati Uniti d’Europa». In realtà, le intenzioni di Churchill erano tutt'altro che chiare: perché, più che rendere il Regno una parte di quella struttura che incitava a costruire, l'allora primo ministro britannico dichiarava che «la Gran Bretagna deve essere amica e sponsor della nuova Europa». L'ambigua posizione di Churchill enuclea perfettamente la realtà delle relazioni tra Europa e Regno Unito, che raramente si è davvero percepito come parte dell'Europa. La storia lo dimostra. Negli anni cinquanta, gli inglesi rifiutarono di entrare in questa struttura in via di costruzione, ma nel 1961 chiesero di entrare nella Comunità economica europea (Cee), un obiettivo raggiunto alla fine nel 1973 con il governo del primo ministro conservatore Edward Heath. Poi vi fu un nuovo, parziale, ripensamento, che portò a rinegoziare gli accordi di partecipazione e tenere un referendum per decidere se stare dentro o fuori la Cee due anni dopo, sotto il governo laburista. Una nuova rinegoziazione vi fu sotto il governo di Margaret Tatcher, inorridita dal sistema continentale di sussidi all’agricoltura, percepiti come un danno al competitivo e liberalizzato settore agricolo britannico. Grazie a lei, la Gran Bretagna ottenne l'esenzione di cui tutt'oggi gode. Il pragmatismo della Tatcher riconosceva i benefici della membership, ma anche i vantaggi di non ingabbiarsi del tutto. Un atteggiamento che si è protratto lungo i decenni, al punto che Londra, pur membro a tutti gli effetti dell'Ue, ha però rifiutato di entrare nell'eurozona.

Il passo falso di Cameron
E ora? Ora la situazione è particolarmente delicata. Perché il primo ministro conservatore David Cameron non ha mai avuto davvero intenzione di strappare Londra dall'Unione, consapevole dei rischi che ciò avrebbe comportato. Il giornalista inglese Gwynne Dyer, a questo proposito, ha descritto la strategia di Cameron come un «passo falso», una valutazione tutta elettorale: la promessa del referendum è scaturita dal tentativo di strappare voti agli euroscettici dell'Ukip, realmente intenzionati a lasciare. Dopo l'inaspettato trionfo elettorale, il rieletto primo ministro ha dovuto mantenere la parola data, anche perché circa metà del suo partito è contrario alla permanenza nell'Unione.

Le ragioni di una membership timida 
In un periodo in cui l'euroscetticismo sembra sempre più forte, Londra non è la sola a considerare assurda la burocrazia dell'Unione europea, e a mal sopportare i compromessi necessari a reggerla. Eppure, al momento è il solo Stato che, pur essendo stato solo lambito dalla crisi dell'eurozona, è disposto a considerare il divorzio. Le ragioni sono anche storiche e geografiche: da un lato, la diversità storica di una nazione che non ha mai avuto una Costituzione scritta, fortemente aliena dalla tradizione continentale; dall'altro, il suo essere un'isola, negli ultimi 1000 anni mai sfiorata da un conflitto nel proprio territorio. Soprattutto, il Regno Unito ha ancora la convinzione che solo l'indipendenza dalla gabbia europea possa garantire le sue ambizioni da potenza economica globale.

Ma anche il divorzio è rischioso...
Che tale convinzione sia verosimile o meno, è un'altra storia. Da considerare, piuttosto, il fatto che uscire definitivamente dall'Unione europea è praticamente impossibile. La Gran Bretagna resterebbe infatti pur sempre la vicina di un colosso commerciale, e dovrebbe quindi accettare diversi princìpi della legislazione europea per non perdere l’accesso al mercato comune sul quale fonda all’incirca la metà del volume dei suoi scambi. Di sicuro, invece, perderebbe il proprio posto al tavolo negoziale della legislazione europea. Insomma: se il matrimonio con l'Europa è stato decisamente difficile, anche il divorzio potrebbe rivelarsi particolarmente rischioso. Ecco perché, per David Cameron, la vera sfida inizia ora.