14 ottobre 2019
Aggiornato 11:30
Dopo l'ennesima strage di Ankara

Turchia, tutto quello che c'è da sapere sull'ultimo attentato

La Turchia è stata scossa l'altroieri da un nuovo sanguinoso attentato, il quinto kamikaze dallo scorso giugno. Ancora una volta si tratta di una ripercussione a livello nazionale della guerra in atto in Siria e della questione curda

ISTANBUL - La Turchia è stata scossa l'altroieri da un nuovo sanguinoso attentato, il quinto kamikaze dallo scorso giugno. Ancora una volta si tratta di una ripercussione a livello nazionale della guerra in atto in Siria, ma che appare ormai strettamente collegata alla drammatica questione curda, che ha causato nel Paese un conflitto in atto da oltre 40 anni. E l'attacco, mirato a colpire il cuore politico e militare della capitale Ankara e che ha causato la morte di 28 persone - 27 militari e una funzionaria ministeriale - prospetta nuovi e più allarmanti sviluppi sia in Siria che nel Sudest a maggioranza curda del Paese. Il premier turco Ahmet Davutoglu, nella conferenza stampa di questa mattina, ha indicato «con certezza» che dietro all'attacco di Ankara si trovano «esponenti dei separatisti (del PKK, Partito dei lavoratori del Kurdistan) in Turchia e un membro dello YPG (Unità di protezione popolare, braccio armato del PYD, affiliato siriano del PKK) infiltrato dalla Siria». In particolare il premier, ha fornito su quest'ultimo "membro del YPG" le generalità di tale Salih Neccar, cittadino siriano ventiquattrenne, entrato in Turchia come profugo nel 2014.

Pyd e Pkk dietro l'attentato?
Sia Cemil Bayik, tra i leader storici del PKK, che il co-leader del PYD (Partito di unione democratica) siriano, Salih Muslim, hanno negato il coinvolgimento delle rispettive organizzazioni nell'attentato. «Non siamo mai stati nemici della Turchia e non lo saremo mai», ha detto Muslim. Tuttavia per Ankara l'attacco di ieri è una dimostrazione inconfutabile del fatto che il PYD è una «formazione terroristica alla pari del PKK». Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha affermato che ora «questo processo porterà i nostri amici della comunità internazionale a capire quanto sia stretto il rapporto tra il PYD/YPG e il PKK». L'affermazione del presidente è rivolta direttamente agli Stati Uniti. Washington e Ankara registrano infatti da tempo serie divergenze sulla «valutazione» del PYD, che risulta essere una «organizzazione terroristica» per l'esecutivo turco, mentre per la Casa Bianca è «un fidato alleato» nella lotta contro lo Stato islamico in Siria. In settimana Erdogan aveva accusato l'alleato americano di aver fornito anche armamenti al YPG, accusa ieri negata da Mark Toner, vice portavoce del Dipartimento di Stato USA. L'insistenza con cui Ankara chiede da tempo invano alla comunità internazionale di riconoscere nel PYD «una organizzazione terroristica», seppur quest'ultima non abbia finora mai effettuato un attacco diretto alla Turchia, trova una particolare coincidenza nell'attentato di Ankara di ieri. Una circostanza nuova che si inserisce nei recenti sviluppi in Siria che riguardano il PYD/YPG. 

Il retroscena siriano
Le Forze democratiche siriane, milizie arabe e turkmene capeggiate dai curdi dello YPG, approfittando della recente offensiva delle truppe di Damasco, con il sostegno dei bombardamenti russi, hanno sottratto alla forze opposte al regime siriano ampi territori nella provincia di Aleppo e hanno conquistato buona parte della città di Tel Rifat, situata a soli 25 chilometri dalla frontiera turca, avanzando in direzione di Azaz. Questa situazione ha allarmato Ankara che vuole mantenere un «corridoio» tra Azaz e Aleppo, per poter provvedere a rifornire e mantenere la comunicazione con le «forze d'opposizione moderate», definizione largamente criticata da più osservatori che vedono in queste formazioni combattenti jihadisti appartenenti a organizzazioni come al Nusra e Ahrar al Sham. La preoccupazione principale del governo turco riguardo ai curdi siriani è l'eventualità che possano formare una regione autonoma al confine con la Turchia. Per impedire che le forze curde possano avanzare ulteriormente, da sabato scorso l'artiglieria dell'esercito turco ha iniziato a bombardare le posizioni del YPG - una risposta, secondo quanto affermato dal comando militare turco, ai colpi di mortaio dei combattenti curdi. Ma l'azione dell'esercito di Ankara ha suscitato la contrarietà della comunità internazionale e diversi Paesi tra cui gli Stati Uniti e la Francia hanno chiamato il governo turco a interrompere i bombardamenti. Il presidente Erdogan, qualche ora prima dell'attentato di ieri, ha invece ribadito che i bombardamenti sarebbero continuati e nel frattempo la stampa locale e internazionale ha riportato la notizia del passaggio dalla frontiera turca di almeno 500 ribelli diretti ad Azaz per combattere contro le forze guidate dai curdi.

Implicazioni di Damasco e Mosca?
Ma anche Mosca, che dallo scorso 24 novembre, dopo l'abbattimento del SU-24 russo da parte dell'aviazione turca, si trova in rapporti estremamente tesi con Ankara, è accusata dal governo di Davutoglu di sostenere il PYD - che di recente ha aperto una rappresentanza nella capitale russa. Secondo il premier il PYD/YPG è «una pedina» di Damasco e di Mosca. Il premier che ha affermato di «avere diritto a prendere ogni tipo di precauzione contro il regime di siriano» ha anche rinnovato l'appello alla Russia «che prosegue i bombardamenti per permettere che lo YPG avanzi verso Azaz» a riconoscerlo quale un'organizzazione terroristica. E oggi, una fonte di sicurezza anonima citata da Murat Yetkin, direttore del portale Hurriyet Daily News, afferma sulla stessa linea che «se l'identità dell'attentatore è corretta, la famiglia Neccar è collegata all'intelligence militare siriana, controllata dal regime Baas». E ancora: «la nostra prima valutazione è che l'obiettivo primario dell'attentato fosse il comando dell'aeronutica militare», un «messaggio», secondo la fonte, «legato all'abbattimento del SU-24 russo da parte dell'aviazione turca il 24 novembre scorso». Secondo la stessa fonte ad avvallare la tesi di un «attentato realizzato su commissione» è anche dato dal fatto che se fosse responsabile «il PKK avrebbe utilizzato un proprio uomo e l'attentatore non sarebbe stato facilmente identificabile come profugo siriano».

Gli scontri con i curdi in Turchia
Infine, la fragilità della posizione della Turchia deriva anche da una situazione interna drammatica, che rasenta il conflitto civile. Ankara è impegnata dallo scorso luglio nella lotta contro il PKK, con bombardamenti che colpiscono le postazioni dei militanti a Qandil, nel nord dell'Iraq. Ma nello stesso arco di tempo scontri tra esercito e ribelli curdi, giovani affiliati con il PKK, hanno devastato ampie zone delle province sudorientali del Paese, dove ci sono stati tentativi di avviare forme di autogoverno. Solo negli ultimi giorni, nella località di Cizre, sotto coprifuoco da 69 giorni, sono state registrate 158 morti. L'eventualità che le forze curde nei due lati del confine turco-siriano possano unirsi è percepita da Ankara come una minaccia inaccettabile. In questo senso la guerra siriana risulta inscindibile dalla questione curda «nazionale». E Ankara, per quanto abbia assistito ad un graduale fallimento dei propri obiettivi in Siria, non sembra ancora disposta a rivedere le proprie posizioni.

(Con fonte Askanews)