15 ottobre 2019
Aggiornato 13:00
Un risultato storico, l'ennesimo segnale per Bruxelles

Spagna alla svolta: la vittoria dell'incertezza e la sconfitta del bipartitismo (e dei soliti noti)

Come accaduto una settimana fa per la Francia, anche nel caso spagnolo è molto difficile capire chi ha vinto e chi ha perso davvero. Le percentuali non bastano per interpretare il risultato: perché anche in Spagna i veri sconfitti sono i partiti tradizionali, sempre più incalzati dal temutissimo Podemos

MADRID - Dopo questo voto, nulla sarà più come prima. Lo sa bene il fondatore di Podemos Inrigo Errejos, che alle nove e mezza di ieri sera, quando ormai i dati, pur non ufficiali, cominciavano a farsi più chiari, ha sentenziato: «La Spagna è già altro». «Il bipartitismo è finito», è l'icastica analisi del 39enne Pablo Iglesias, leader di Podemos, che ha visto concretizzarsi davanti a sè un obiettivo che, ai tempi dell'impegno nelle aule universitarie, sembrava fin troppo ambizioso: stravolgere la politica spagnola. Invece, proprio le elezioni di ieri sono la prova più palese del suo successo.

(Semi-) successo per Podemos
Un successo parziale, intendiamoci. Perché in campagna elettorale Iglesias faceva le prove da premier, e per un attimo, durante gli spogli, ha potuto sperare di aver superato i socialisti, diventando il secondo partito del Paese. Invece, con il 20,66% dei consensi, si è conquistato «solo» il terzo posto. Eppure, il dato rimane straordinario: un elettore su cinque ha votato per il movimento dei «populisti», peraltro sconfiggendo il suo più diretto concorrente Ciudadanos, che ha conquistato il 13,9% dei consensi. Altro dato che può rafforzare la soddisfazione di Iglesias, quello sull'astensionismo: perché gli spagnoli si sono riversati alle urne più che 4 anni fa. L'affluenza ha superato il 73%, con picchi nelle regioni in cui Podemos è più forte. In Catalunya e i Paesi Baschi, è diventato primo partito; a Madrid, in Navarra, in Galizia è secondo: cifre estremamente positive, che dimostrano come la rinnovata offerta politica abbia sì «frantumato» il panorama politico spagnolo, ma abbia perlomeno convinto a votare anche chi quattro anni fa non lo aveva fatto.

Sconfitte parziali e totali per popolari e socialisti
Sconfitta totale, invece, per i socialisti, che sono sì il secondo partito del Paese con il 22% dei voti, ma che hanno ottenuto il risultato peggiore di sempre nonostante numerose congiunture elettorali favorevoli. Perché i socialisti hanno potuto giocarsi la carta della crisi economica e di Rajoy «burattino» dell'austerity di Bruxelles, e hanno anche potuto appigliarsi agli scandali legati alla corruzione che hanno attanagliato l'esecutivo del rivale. Con questi assi nella manica, la sconfitta è ancora più amara, ma sa di conferma: la conferma di come i partiti socialdemocratici di tutta Europa stiano ormai vedendo franare sotto i piedi la propria base di consenso, sempre più propensa a optare per l'astensione o per le nuove formazioni politiche di «protesta». Sconfitta parziale, invece, per i popolari: che sì, hanno «vinto», ma hanno perso per strada ben 3,5 milioni di voti, un crollo che li riporta indietro di quasi trent'anni, a quando nel 1989 cadde il muro di Berlino. Così, se anche il messaggio che il Pp ha fin da subito fatto passare è che si sia trattato di un «voto di apprezzamento», la verità è molto più dura: a Rajoy non sono bastati i tour in pullman su e giù per il Paese, nè la partecipazione ai cooking show, nè la promessa di abbassare le tasse e neppure la tenacia nell'evitare sistematicamente ogni confronto. Tantomeno è bastato presentarsi come il «salvatore della patria», l'artefice della ripresa, con il più o meno tacito sostegno di Angela Merkel, che in Rajoy ha trovato un prezioso e preciso esecutore della dottrina dell'austerità. 

Cosa succede ora (forse)
E ora? Tra le ipotesi in lizza, un governo di minoranza (eletto al secondo tentativo, quando la soglia scende) affidato al Partito Popolare. Potrebbe nascere con il supporto (già annunciato) di Ciudadanos e l’astensione dei Socialisti, e potrebbe portare presto a nuove elezioni. Non basterebbe, però, a mettere all'angolo l'odiata Podemos, ma è l'intesa più larga possibile in un sistema quale quello spagnolo. Per molti è l'inizio di un incubo, in un Paese che non ha mai vissuto un'elezione simile dalla transizione democratica del 1977. Bruxelles, di certo, osserva con apprensione il gioco delle alleanze, preoccupata dall'inarrestabile avanzata di Iglesias e da quei dati che sono l'ennesima conferma di come in Europa qualcosa stia cambiando: i partiti tradizionali non soddisfano più; l'appartenenza all'Ue è vissuta sempre più come sudditanza, e nuovi movimenti sono pronti a cavalcare questi fermenti per costruire qualcosa di nuovo. Alexis Tsipras, prima di essere tragicomicamente ridotto a ennesimo burattino della Merkel, ne è stato il simbolo.

Se in Spagna ci fosse l'Italicum...
Infine, c'è da sottolineare come le elezioni spagnole abbiano dato argomenti al nostro governo per incensare l'Italicum. Maria Elena Boschi ha twittato: «Mai come stasera è chiaro quanto sia utile e giusta la nostra legge elettorale». Il controsenso è palese: come si può definire «giusta» una legge che incorona vincitore un partito che, nei fatti, perde, boicottando (la Spagna lo dimostra) con tutta evidenza la volontà dei cittadini? Ma questa è un'altra storia. Per ora, rimane il fatto che anche in Spagna, come in tanti altri Paesi europei negli ultimi mesi, il voto fotografa un'autentica crisi di identità e di consenso dei partiti tradizionali, orfani di un progetto europeo percepito sempre più come una gabbia, martoriati da una crisi economica che non sono riusciti a gestire, e impietriti di fronte al nuovo che avanza.