25 luglio 2024
Aggiornato 03:30
Il piano dell'Iraq Institute for Strategic Studies

Ecco perché la Russia sulla Siria ha ragione, e alla fine si troverà l'intesa con gli Usa

Secondo l'Iraq Institute for Strategic Studies, sul conflitto siriano quello tra gli Stati Uniti e la Russia è un dialogo tra sordi", ma le due superpotenze, i soli due Paesi davvero in grado di porre fine ad una crisi che da quattro anni sta sconvolgendo il Medio Oriente, hanno non pochi interessi convergenti rispetto al caos nella regione

MOSCA - Sul conflitto siriano quello tra gli Stati Uniti e la Russia è «un dialogo tra sordi", ma le due superpotenze, i soli due Paesi davvero in grado di porre fine ad una crisi che da quattro anni sta sconvolgendo il Medio Oriente, hanno non pochi interessi convergenti rispetto al caos nella regione. E alla fine saranno costrette a trovare un compromesso che eviti la disintegrazione del Paese e disinneschi la minaccia globale rappresentata dai jihadisti dello Stato Islamico ed anche di al Qaida. «L'Iraq Institute for Strategic Studies» (IIST), con sede a Beirut, sta lavorando attivamente affinchè questo sia l'esito ultimo del teso botta e risposta tra Usa e Russia. Finanziato dall'Onu, l'IIST si occupa delle crisi regionali in ottica geopolitica. l direttore dell'IIST, Faleh Abdel-Jabar, intervistato da askanews, anticipa i principali punti di un documento di prossima pubblicazione, concentrato sugli ultimi significativi sviluppi avvenuti in Siria, con la repentina svolta sul campo sia da parte di Washington che di Mosca.

Svolta Usa e intervento russo
I due cambi di strategia che stanno ridisegnando gli equilibri sul campo di battaglia tra ribelli, jihadisti e non, e il regime del presidente Bashar al Assad sono avvenuti quasi contemporaneamente: il primo, e il più significativo, è l'entrata in scena, in modo massiccio, dell'aviazione militare russa, principalmente a sostegno del suo alleato, il regime di Damasco. Il secondo, è rappresentato dalla decisione dell'amministrazione del presidente Barack Obama di cancellare il fallimentare programma di addestramento e armamento dei cosidetti ribelli «moderati». Una svolta ribadita tre giorni fa, paracadutando 50 tonnellate di armi e munizioni alle forze ribelli nella regione di al Hasaka, nel Nord est della Siria. La regione in questione è controllata principalmente dalle forze curde del Ypg (Unità di Difesa del popolo curdo), le stesse che hanno cacciato da Kobane gli uomini del Califfato nero senza tuttavia mai dichiarare guerra aperta a Damasco. Non a caso nello stesso giorno in cui gli aerei Usa lanciavano il loro carico ad Hasaka veniva annunciata la nascita del nuovo «Esercito siriano Democratico» (Esd); una coalizione di 8 fazioni ribelli che, a differenza di molti gruppi della galassia di insorti jihadisti in Siria, hanno già fatto sapere nel loro primo comunicato congiunto che il loro obbiettivo «è una Siria democratica, federale e laica».

Mosca e Washington sostengono fronti laici
Insomma, da una parte c'è il presidente russo Vladimir Putin che dichiara apertamente che l'intervento della sua armata in Siria vuole salvaguardare «la legittima autorità» del «laico» dittatore Assad, puntando poi a una soluzione politica del conflitto. Dall'altra si scopre un Obama che non può permettersi di vedere le armi Usa destinate ai ribelli moderati finire regolarmente nelle mani di fazioni jihadiste e che decide di sostenere i ribelli che si dichiarano «laici e democratici»: due termini sconosciuti ai ribelli «moderati», come ad esempio «Ahrar al Sham» («Liberi della Grande Siria») e l'"Jeish al Fath» («Esercito della Conquista»), due potente armate sostenute da Turchia e Arabia Saudita che non hanno esistato in molti casi ad allearsi con i jihadisti del «Fronte al Nusra» che è la filiale siriana ufficiale di al Qaida. Quindi Usa e Russia hanno trovato una convergenza puntando su su soggetti «laici» per sconfiggere l'ascesa jiahdista? Nemmeno per sogno, a sentire Abdel-Jaber, per il quale tra Mosca e Washington è tuttora in corso «un dialogo tra sordi», che però potrebbe presto trasformarsi in una vera e propria collaborazione, se venissero soddisfate alcune condizioni necessarie. Nel documento in fase di elaborazione da parte degli esperti dell'IIST, dopo una premessa che individua «il buono dell'intervento russo che è condivisa da tutti, anche gli americani», viene spiegato il percorso per arrivare davvero ad una soluzione definitiva della crisi siriana.

Le tre cose buone dette e fatte da Mosca
Il primo punto positivo individuato nell'intervento russo è «la guerra aperta ai jihadisti di ogni colore», siano essi dell'Isis che di al Qaida. (Vale la pena ricordare che Mosce viene accusata di bombardare i ribelli moderati, ma proprio due giorni fa sia l'Isis che da al Qaida per bocca dei loro leader hanno lanciato una chiamata agli armi contro «i miscredenti russi», invitando a colpire interessi di Mosca in patria e nel mondo). Il secondo punto è rappresentato dalla dichiarata volontà del Cremlino di difendere «le istituzioni amministrative e militari dello Stato siriano», afferma il direttore Abdul-Jabar, per il quale «l'esperienza insegna come sono andate le cose in Libia, Yemen e Iraq con il vuoto del potere con il crollo di regimi autoritari come quelli di Gheddafi, Saleh e Saddam». Del resto, con la crescita della minaccia degli uomini del Califfo Abu Bakr al Baghdadi quasi tutti, anche in Occidente, hanno incominciato a frenare sull'inellutabilità della partenza di Assad. Il terzo aspetto «positivo» della finalità dell'intervento russo è quello di volere comunque una soluzione politica. Ed è proprio questo l'aspetto più controverso: «Il regime di Assad, già a Ginevra 1 e Ginevra 2 aveva posto come prioritaria 'la lotta al terrorismo' rispetto a qualsiasi riforma» chiesta dai rappresentanti dell'opposizione, argomenta Abdel Jabar. «Figuriamoci come si comporterebbe un Assad forte a un futuro tavolo di negoziati» per una soluzione politica. E oggi la «forza di Assad è un dato di fatto ormai riconosciuto da tutti» ma «un regime troppo forte sul terreno non favorirebbe il processo verso una soluzione pacifica», afferma il reputato analista.

La soluzione
Sulla base di questo ragionamento, la soluzione che viene prospettata dal direttore dell'IIST è molto lineare, anche se sulla scia delle tensioni Usa-Russia oggi può sembrare impossibile: «Un annuncio congiunto con cui Washington e Mosca si fanno garanti di una Siria democratica e multipartitica»; un impegno forte che indurrebbe i ribelli moderati ad un «cessate-il-fuoco generale e a tempo indeterminato con il regime di Assad», permettendo ad entrambi di concentrarsi su due urgenze: «separatamente, sulla guerra ai jihadisti» e magari congiuntamente, su iniziative per fare fronte «al disastro umanitario in cui si trovano molti siriani in vari zone del Paese». Parallelamente a questi due importanti passi, per gli esperti arabi dell'IIST, «la creazione di una amministrazione che si prenda l'incarico di elaborare le bozze dei documenti fondamentali per un futuro Stato siriano, dalla Costituzione alla ricostruzione». Un periodo di necessaria transizione senza scadenze predefinite, con Assad sempre in sella.

(Con fonte Askanews)