24 luglio 2019
Aggiornato 06:00
Violenze ultimi giorni mostrano seri rischi per stabilità Paese

Ucraina nel caos a un anno da Minsk

Un anno fa, il 5 settembre 2014, veniva firmato il primo accordo di Minsk, in cui il governo di Kiev e i separatisti filorussi si impegnavano per l'immediato cessate il fuoco nel Donbass e stabilivano a grandi linee la prima road map per il processo di pacificazione e il dialogo nazionale tra il potere centro e la periferia irrequieta

KIEV (askanews) - Un anno fa, il 5 settembre 2014, veniva firmato il primo accordo di Minsk, in cui il governo di Kiev e i separatisti filorussi si impegnavano per l'immediato cessate il fuoco nel Donbass e stabilivano a grandi linee la prima road map per il processo di pacificazione e il dialogo nazionale tra il potere centro e la periferia irrequieta. L'intesa, rinnovata e precisata sempre a Minsk l'11 febbraio del 2015, è stata messa a dura prova nel corso degli ultimi mesi sia dai ripetuti scontri nel Sudest, dove alcuni focolai intorno alle roccaforti ribelli di Donetsk e Lukansk non si sono mai spenti, sia dalle divergenze politiche a Kiev. La tensione al governo e in parlamento e gli scontri di piazza dei giorni scorsi in seguito approvazione in prima lettura della legge sulla decentralizzazione, voluta dal presidente Petro Poroshenko e osteggiata dalle forze nazionaliste e radicali dentro e fuori la Rada, sono il segnale che la stabilità dell'Ucraina è seriamente in pericolo. Minacciata non solo dalle pressioni esterne, ma a rischio implosione a causa di un sistema che nonostante la rivoluzione dello scorso anno e la cacciata del presidente Viktor Yanukovich e del suo clan rimane sostanzialmente incapace di trovare equilibri democratici duraturi.

LA DESTRA NAZIONALISTA IN RIVOLTA
Petro Poroshenko è sotto attacco da due direttrici. Da un lato, la destra parlamentare, a cavallo tra il Partito radicale del nazionalista Oleg Lyashko, che dalle posizioni governative si è progressivamente distanziato sino ad opporsi alla legge sul decentramento e i vari gruppi minori raccolti intorno a figure di spicco come Dmitri Yarosh, deputato, consigliere speciale del Ministero della Difesa, ma soprattutto leader dei paramilitari di Pravi Sektor. Dall'altro, la destra extraparlamentare, riunita intorno ai movimenti estremisti, dallo stesso Settore di destra a Sbovoda, partito alla cui testa c'è sempre Oleg Tiahnybok, salito alla ribalta al tempo di Euromaidan per i toni antirussi che trascinarono la piazza più degli altri due esponenti dell'allora troika d'opposizione, Arseni Yatseniuk e Vitaly Klitschko. Dentro e fuori il parlamento, Poroshenko è accusato di aver chinato la testa sia davanti alla Russia che all'Occidente. Per la destra nazionalista gli accordi di Minsk e la legge sul decentramento, che prevede maggiore autonomia per le regioni e una regolamentazione speciale per il Donbass, sono concessioni inaccettabili. Se i morti di questa settimana di fronte alla Rada hanno segnato il fondo della spaccatura tra presidente e gli scomodi alleati che sono stati il motore della rivoluzione e di fatto gli hanno aperto la strada per l'arrivo al palazzo della Bankova, negli ultimi mesi sono stati diversi gli episodi che hanno evidenziato come la destra radicale, benché numericamente poco significante e frammentata, sia fuori controllo. L'omicidio del giornalista Oles Busina a Kiev e gli scontri tra i miliziani di Pravi Sektor e la polizia in Transcarpazia sono solo due esempi di come la questione non sia solo legata a precisi punti politici come il decentramento regionale o le prossime elezioni amministrative che si terranno a ottobre.

GOVERNO ALLO SBANDO
A meno di due mesi dall'appuntamento della tornata elettorale locale, la poltrona del premier Arseni Yatseniuk è sempre più traballante. I cinque partiti della maggioranza (il Blocco di Poroshenko, il Fronte Nazionale di Yatseniuk, Patria di Yulia Tymoshenko, Samopomich di Andrei Sadovy e il Partito radicale di Lyashko), sembrano ai ferri corti, intenzionati ad andare ognuno per la propria strada. Il caos sulla legge per il decentramento, che ha raccolto solo 265 voti sugli oltre 300 disponibili, ha spaccato la coalizione e tutti ora puntano singolarmente al voto di ottobre, in attesa di un rimpasto annunciato da mesi, ma mai arrivato. L'unica opposizione ufficiale alla Rada, quella degli eredi per Partito delle regioni di Yanukovich riunitisi sotto l'egida del Blocco d'opposizione, è data dai sondaggi in ascesa nelle regioni del Sudest e punta decisamente ad elezioni politiche anticipate nel caso la maggioranza dovesse andare del tutto in pezzi. Dopo le violenze di lunedì scorso a Kiev Yatseniuk ha detto che la destra nazionalista è peggio dei separatisti filorussi, perché rischia di portare il Paese in rovina nel nome del patriottismo: in realtà il caos in Ucraina non è dovuto solo alle intemperanze degli estremisti che minacciano una terza rivoluzione dopo quella del 2004 e del 2014, ma anche ai difetti congeniti di un sistema, nel quale è stato cambiato lo scorso hanno solo qualche fattore, mentre il risultato è rimasto identico. I meccanismi oligarchici e la corruzione dilagante nell'impianto statale e amministrativo rimangono gli ostacoli maggiori sulla strada di una vera svolta nell'ex repubblica sovietica. E il conflitto congelato nel Sudest rimane la più grande incognita.

LA SORTE DEL DONBASS
Se la battaglia politica tra Poroshenko e la destra nazionalista sul decentramento è un problema meramente interno, i separatisti filorussi da parte loro hanno già bocciato le soluzioni ventilate da Kiev e la Russia continua a insistere per una trattativa diretta tra ribelli e governo ucraino. Quel dialogo nazionale previsto da Minsk I e ribadito da Minsk II di fatto non è mai esistito: nonostante gli sforzi per un compromesso, Poroshenko si è sempre sentito rispondere picche sia dai separatisti del Donbass che dai nazionalisti a casa propria. La situazione militare nella regione rimane inoltre complicata e anche l'ultimo accordo per il cessate il fuoco a partire dallo scorso 1 settembre non pare tenere veramente. Separatisti e truppe governative continuano a fronteggiarsi lungo la linea del fronte che da Lugansk a Nord arriva sino Mariupol, sul Mar Nero, passando ovviamente per Donetsk. Gli sforzi dell'Osce, l'Organizzazione per la sicurezza e lo sviluppo in Europa il mantenimento della tregua rimbalzano contro un muro di gomma. Secondo l'intesa di Minsk II, entro la fine dell'anno l'Ucraina dovrebbe teoricamente riprendere il controllo del confine, nel Donbass si dovrebbero avere elezioni locali concordate tra Kiev e i ribelli e dovrebbe concludersi il processo di ristrutturazione dello Stato con una nuova architettura regionale ancorata nella Costituzione. Tutti obbiettivi che rimangono molto, molto lontani.