16 giugno 2021
Aggiornato 08:30
Al Qaeda e Isis «gemelle diverse»

Ecco perché Bin Laden era più insidioso dell’Isis

L'Isis è nata da una «costola» di Al Qaeda in Iraq, ma le strategie dei due gruppi sono diverse. Bin Laden metteva in guardia dai rischi di proclamare un califfato prima di aver sconfitto il nemico americano; Isis fa il ragionamento contrario. Chi ha ragione?

ROMA – Gli attentati di venerdì scorso hanno risvegliato l’attenzione del mondo sulla brutalità dello Stato islamico. A un anno dalla sua autoproclamazione, l’Isis è riuscita certamente in un obiettivo: farci paura. Nato in Iraq da una costola di Al Qaeda al tempo di  Abu Musab al Zarqawi, sotto la direzione di Abu Bakr Al-Baghdadi il gruppo terroristico è diventato sempre più potente, a fronte delle sue conquiste territoriali. Ma proprio ciò che più lo differenzia da Al Qaeda – il fatto di essere anche «stato» – potrebbe essere, più che un punto di forza, il suo tallone d’Achille.

Due diverse strategie
Scott Stewart, esperto di sicurezza e terrorismo, spiega su Stratfor che, per Al Qaeda, il «califfato» poteva essere stabilito solo dopo la sconfitta dei suoi nemici occidentali. Per questo, l’approccio era praticare una «guerra continua» contro il lontano nemico americano, prima di rovesciare i governi locali. L’Isis ha fatto il ragionamento opposto, quello dell’hic et nunc: ha fin da subito concentrato tutti i suoi sforzi nel conquistare il territorio, sfruttandone le risorse per finanziare la sua continua espansione. Il suo messaggio al mondo islamico è che il Califfato è «qui ed ora», e il mondo non potrà fare nulla per fermarlo.

Il primo «Stato islamico» capace davvero di farci paura
Il gruppo è sopravvissuto anche alle uccisioni, sotto le bombe americane, dei leader Abu Omar al-Baghdadi e Abu Ayyub al-Masri nel 2010, favorito dal ritiro degli americani dall’Iraq nel 2011, dalla politica settaria dell’ex primo ministro Nouri al-Maliki e dalla guerra civile siriana. Tutti i precedenti tentativi di formare uno stato islamico erano miseramente falliti: dai Talebani, ad Al Qaeda in Yemen a partire dal 2011 o nel Maghreb. Invece, il Califfato nero esiste, e gli attacchi sferrati venerdì mostrano che è in grado di farci paura.

Bin Laden la pensava diversamente dall'Is
Per Stewart, però, l’intervento degli Usa ha indubbiamente messo un bastone tra le ruote alla sua espansione. Aveva ragione Al Qaeda a sostenere che, finché il nemico americano non verrà messo fuori uso, nessuno stato islamico avrà speranza di sopravvivere? Questo è quello che pensava Bin Laden. In una lettera scritta al suo assistente nel 2011, il capo di Al Qaeda raccomandava che i miliziani si concentrassero solo sulle ambasciate americane e sulle compagnie petrolifere. Bin Laden metteva anche in guardia dai pericoli di proclamare un califfato prematuramente: «Dovremmo concentrarci sull’importanza delle tempistiche nello stabilire un califfato», scriveva. Farlo prematuramente, a suo avviso, avrebbe finito per esaurire le loro forze. Al contrario, «dobbiamo continuare a estenuarli (gli americani, ndr) finché non saranno così deboli che non potranno rovesciare nessuno stato che stabiliremo». Bin Laden aveva compreso che la principale forza del terrorismo era la sua evanescenza. Stabilire uno stato avrebbe significato palesarsi come nemico «in carne ed ossa»; un nemico che gli Usa avrebbero potuto facilmente sconfiggere.

Alla fine gli Usa prevarranno?
Aveva ragione Bin Laden? Per l’esperto, sì. Nonostante le molte critiche alla strategia di Obama, da quando gli Usa sono in campo l’Isis avrebbe perso terreno. Neppure le sue varie affiliazioni sarebbero più di tanto temibili, perché i singoli gruppi non hanno le risorse e il respiro dell’Is. Secondo Stewart, dunque, ci vorrà forse del tempo, ma alla fine gli Usa l’avranno vinta. Un’analisi che non fa una grinza. Solo, ci si chiede perché, allora, l’avanzata dell’Is – pur con qualche battuta d’arresto – non si ferma. Nonostante le bombe americane.