22 settembre 2019
Aggiornato 01:00
Oltre ai «classici» respingimenti e ai forti limiti adottati

Il nuovo «trucco» dell’Australia per respingere gli immigrati

Le politiche restrittive australiane sull'immigrazione sono spesso invocate dai sostenitori della «frontiera» quale esempio da seguire. Ma oltre a respingimenti in mare e forti limiti nella concessione di visti e asilo, l'Australia avrebbe adottato un nuovo, insolito escamotage...

SIDNEY – Uno dei modelli di politica migratoria spesso invocati dai sostenitori della «frontiera» è quello australiano. L’operazione «Sovereign borders», lanciata nel settembre 2013 con il pieno sostegno dell’opinione pubblica, ha l’esplicito scopo di respingere o deportare i migranti che tentano di entrare illegalmente via mare. Ma ora l’Australia sembra aver introdotto una nuova, originale, misura: pagare l’equipaggio delle navi usate dai migranti per farle tornare in Indonesia.

Il nuovo escamotage per rimandare indietro i migranti
Sebbene i ministri dell’immigrazione e degli esteri abbiano negato tale condotta, le loro controparti indonesiane si sono dette allarmate. In quanto al primo ministro Tony Abbott, non ha mai smentito i resoconti secondo cui ufficiali australiani avrebbero sborsato somme considerevoli pur di rimandare indietro l’imbarcazione. I migranti – provenienti dal Bangladesh, dal Myanmar e dallo Sri Lanka – stavano navigando verso la Nuova Zelanda, e sono stati trattenuti sull’isola indonesiana Roti, 500 km a nord-est dell’Australia. Secondo i passeggeri, una nave della marina militare australiana li avrebbe intercettati in mare e un ufficiale li avrebbe pagati quasi 4000$ ciascuno per far rotta verso l’Indonesia.

Il premier non nega
Una vicenda tanto assurda da far dubitare della sua fondatezza. Eppure, secondo l’analisi di Jon Donnison, corrispondente della BBC a Sidney, il fatto che Abbott si sia letteralmente rifiutato di negare le accuse sarebbe un chiaro segno della veridicità della notizia. Non solo: il primo ministro australiano aveva più volte promesso che avrebbe risolto il problema migratorio «con le buone e con le cattive», ammettendo tra le righe che l’etica non sarebbe stata un problema.

La tecnica sembra funzionare
E se anche l’Australia, a causa delle sue politiche, è stata più volte bersaglio delle organizzazioni umanitarie, gli escamotage anti-immigrati sembrano aver sortito l’effetto sperato. Nel 2013, prima dell’inizio dell’operazione, l’Australia ha visto gli arrivi di migranti irregolari via mare raggiungere il loro record storico: 20 mila persone in un solo anno. Dopo l’operazione messa in campo dal governo, secondo i dati ufficiali sono giunte solo 23 imbarcazioni con 1350 persone a bordo.

«No Way»
Tutto merito dei deterrenti messi in campo: innanzitutto, la detenzione per chiunque giunga sui confini; quindi, l’analisi della richiesta d’asilo all’estero – in Papua Nuova Guinea o sull’isola di Nauru –, e il ricollocamento dei rifugiati effettivi in Cambogia, in Papua Nuova Guinea o nell’isola di Nauru. A ciò si aggiungano i respingimenti in mare, trainando le navi o costringendole a invertire la propria rotta, anche violando le acque territoriali indonesiane. Comportamento, peraltro, palesemente in contrasto con quanto sancito dalla Convenzione di Ginevra del 1951, a cui l’Australia ha aderito nel 1954, e che, all’art. 33, vieta esplicitamente qualsiasi forma di respingimento per rifugiati e richiedenti asilo. In ogni caso, non si può certo dire che il primo ministro Abbott non abbia rispettato la sua promessa elettorale «No Way»: «Scordatevelo (di entrare in Australia)». Una promessa mantenuta a qualsiasi costo: anche a quello di aggiungere, ai 300 milioni di euro l’anno dell’operazione «Sovereign Borders», mazzette passate sottobanco alle navi cariche di migranti per invertire la rotta. E noi, siamo sicuri di voler seguire l'esempio?