14 dicembre 2019
Aggiornato 11:00

Isis, cosa non va della strategia di Obama?

Sembra che l'Isis sia in grado di far perdere di credibilità a Barack Obama. Perché la strategia Usa per fermarne l'avanzata è evidentemente inefficace, e lo Stato Islamico continua ad espandersi sul territorio. Sotto accusa, la strategia aerea. Ma che cosa, davvero, non sta funzionando?

WASHINGTON – Tempi duri, per Barack Obama. A fargli temere di perdere di credibilità bastano quattro lettere, che suonano però incredibilmente minacciose: Isis. Le ultime conquiste territoriali dello Stato Islamico spingono infatti a interrogarsi non solo sulla debolezza degli eserciti locali. Sotto accusa è anche la strategia di Washington, se così si può chiamare. Perché tre settimane dopo che autorizzò l’operazione militare Usa contro lo Stato islamico, in agosto, Obama ammise candidamente di non avere ancora una strategia. E l’impressione è che manchi tutt'ora.

Gli Usa non stanno facendo abbastanza?
Nonostante i tentativi di Washington di ridimensionare le conquiste dello Stato Islamico, la verità è che, rispetto a settembre, esso si è allargato su un 25-30% in più del territorio iracheno. «Gli Stati Uniti non stanno perdendo la guerra contro l’Isis», ha affermato il Presidente in un’intervista a The Atlantic. Ma anche i media americani nutrono su questo più di qualche dubbio. Secondo il New York Times, gli arsenali aerei americani non hanno pari. Il problema, semmai, è un altro: gli Usa non starebbero colpendo con decisione l’Isis, per paura dei «danni collaterali», ossia di bombardare civili. Anche perché, in una guerra dove l’aspetto mediatico è fondamentale, la morte di molti civili potrebbe rintuzzare la propaganda dell’Isis, influenzando negativamente specialmente il mondo sunnita, a cui in parte l’America si appoggia.

L'annosa questione dei «danni collaterali»
Eppure, comandanti iracheni e ufficiali americani ritengono che tale «eccesso» di prudenza danneggi il lavoro della coalizione. Di questo avviso, l’ufficiale iracheno Muhammed al-Dulaimi, secondo cui «l’indifferenza della coalizione guidata dagli Usa» starebbe mettendo a rischio la provincia di Anbar. In ogni caso, che la strategia presenti non pochi problemi è sotto gli occhi di tutti. Secondo il Wall Street Journal, la pressione su Washington obbligherà Obama a fare delle modifiche. Del resto, se n’era già parlato dopo la notizia dell’uccisione del cooperante italiano Giovanni Lo Porto in un raid Usa. E quando la «quasi certezza» della tattica non ha risparmiato nemmeno civili occidentali, è stato evidente che quelle due parole non bastassero.

Una strategia non adatta all'obiettivo?
In ogni caso, per qualcuno il problema non è neppure il fatto che Obama abbia rallentato i raid. La questione, secondo Seth Jones della Rand Corporation di Washington, è che i raid funzionano bene «soltanto quando i nemici si ammassano in larghi gruppi in un luogo ben preciso»: e non è il caso dell’Isis, i cui militanti viaggiano in piccoli gruppi, conducendo una guerriglia veloce e duttile. Una tattica «colpisci-e-scappa». Così, per il Wall Street Journal, a Washington non rimangono che tre opzioni: continuare con l’attuale strategia (inefficace), puntare a un’escalation nei combattimenti (rischioso), o ritirarsi (dannoso in termini di credibilità). A tutto ciò si aggiunga che il pugno duro contro gli islamici potrebbe favorire altri «nemici» degli americani: Assad in Siria, e l’Iran e le milizie sciite ad esso legate in Iraq. Come si vede, l’Isis sta mettendo in difficoltà Washington ben più del previsto.