29 novembre 2020
Aggiornato 12:00
Via ministri dopo intercettazioni, domenica opposizione in piazza

Macedonia tra scandali e massacri rischia di andare in pezzi

E' quasi surreale lo scandalo esploso in Macedonia in cui centinaia di migliaia di conversazioni di rappresentanti del governo intercettate in segreto li colgono mentre discutono di tutto, da brogli elettorali a omicidi insabbiati.

SKOPJE (askanews) - E' quasi surreale lo scandalo esploso in Macedonia in cui centinaia di migliaia di conversazioni di rappresentanti del governo intercettate in segreto li colgono mentre discutono di tutto, da brogli elettorali a omicidi insabbiati. Due ministri e il capo dei servizi segreti si sono dimessi, migliaia di cittadini sono scesi in piazza chiedendo le dimissioni del governo di centrodestra e lo faranno anche domenica 17 maggio. Ma lo scorso weekend, a 25 chilometri dalla capitale, un'esplosione di violenza ha lasciato su terreno otto poliziotti e 14 presunti «terroristi» mentre il Paese si domanda perchè sia accaduto, proprio ora. La Macedonia, un Paese di due milioni di abitanti nel cuore del Balcani e una storia lunga solo 24 anni, rischia di andare in pezzi.

Considerata un tempo un faro di democrazia tra le repubbliche nate dallo scioglimento della Jugoslavia comunista, negli ultimi dieci anni la Macedonia è scivolata lentamente verso l'autoritarismo, sotto un partito che ha limitato la libertà di stampa, aumentato i poteri delle forze dell'ordine, dominato al magistratura e una volta è perfino riuscito a estromettere l'opposizione dal Parlamento. La Macedonia, con il suo esplosivo mix etnico, è al centro di una serie di conflitti balcanici, lungo il percorso possibile di un gasdotto russo. Per questo i governo occidentali sono sempre più attenti alla ridda di voci e teorie complottistiche che circonda il Paese. «La gente non ride molto sulle teorie del complotto qui nel Balcani» commenta al New York Times Marko Trosanovski, direttore di «Societas Civilis,» gruppo di ricerca non governativo di Skopje. «Ha imparato a prenderle su serio».

Proprio di complotti ha parlato il ministro degli Esteri russo Sergey lavrov che oggi dalla Serbia si è scagliato contro gli «atti di terrorismo preparati, pianificati ed eseguiti» e ha criticato la posizione dell'Unione europea «troppo riservata» di fronte alla crescente instabilità dei Balcani.

Con un grande sfoggio di energia nazionalistica il potente premier Nikola Gruevski ha trasformato la capitale Skopje con un immenso programma di costruzioni, vicino alla conclusione, decorando il lungofiume di una quantità di palazzoni neoclassici. Decine di statue riempiono ogni spazio pubblico: tra essere spicca la colossale effigie a cavallo di Alessandro Magno, l'orgoglio nazionale. Ma i suoi sforzi per costruire una versione da set cinematografico del suo paese sono stati vanificati dai recenti avvenimenti.

Per tre mesi l'opposizione di sinistra ha rilasciato un fiume inarrestabile di quelle che definisce «bombe», stralci tratti da 670.000 conversazioni su oltre 20.000 telefoni registrate in segreto dal governo tra il 2007 e il 2013 e messe a sua disposizione da «dipendenti pubblici patriottici». Sotto ascolto giornalisti, religiosi, diplomatici stranieri, ma anche qualche nome di alto profilo nel governo. Anche l'ammirato e temuto Gruevski compare in qualche registrazione. Ci sono state 31 pubblicazioni da febbraio e altre sono in programma entro questo weekend: domenica l'opposizione scende in piazza a Skopje per chiedere ancora una volta le dimissioni del governo e conta su una partecipazione di almeno 70.000 persone.

Finora nessuno ha sollevato dubbi sull'autenticità della registrazioni, ma il governo ha negato di averle ordinate, sostenendo che si tratta dell'opera di «servizi di intelligence» di qualche non meglio identificato paese straniero che, in combutta con qualcuno che lavora al ministero degli Interni, trama per rovesciare il governo.

Sei persone, tra cui un ex capo dello spionaggio, sono stati arrestati e accusati di aver registrato e diffuso le conversazioni e il leader d'opposizione Zoran Zaev, che guida la pubblicazione delle «bombe» e organizza la manifestazione di domenica, accusato di minacce verso Gruevski.

Ciò che ha colpito la gente oltre al contenuto della conversazioni è il loro tono, il cinismo con cui i ministri parlano di punire i loro nemici. Ad esempio il capo della polizia segreta, cugino del premier, parla con gioia di far violentare un oppositore in carcere. «Sono così volgari» commenta Jabir Deralla, capo di un'ong locale per i diritti umani, Civil. «Parlano con tanta facilità di vita e morte».

Aleksandar Pandov, analista politico ed ex parlamentare vicino al governo spiega così lo scandalo: «Si può ascoltare qualcosa che forse è volgare, ma non è prova di un reato. Ci sono tagli nelle conversazioni, cose fuori contesto. Non sappiamo se le cose che vengono discusse sono accadute davvero». Pandov dice che chi è stato registrato dicendo cose inadeguate deve lasciare il governo, i colpevoli devono andare in prigione e Gruevski deve restare al potere. «Tutta la vicenda si avvia a conclusione» ha detto.

Intanto ad aprile è comparso per la prima volta il gruppo che il governo definisce «terroristi albanesi», prendendo una torre di avvistamento sulla frontiera kosovara e tenendo brevemente in ostaggio quattro guardie macedoni. Molti critici del governo hanno dubitato di un episodio senza spargimento di sangue, avvenuto al momento giusto per distrarre l'attenzione dalle registrazioni. Ma poi c'è stato un altro episodio, sabato scorso a Diva Naselba, la «colonia selvaggia», un quartiere di Kumanovo, e le cose sono andate molto diversamente. La cittadina è stata isolata e gli scambi a fuoco sono durati per tutto il fine settimana, lasciando sul terreno 22 persone. Al termine oltre 30 insorti di Kosovo e Macedonia si sono arresi alla polizia.

Gruevski ha detto che il gruppo voleva assalire edifici pubblici e centri commerciali in tutto il Paese, sperando di destabilizzare il governo, e ha indetto due giorni di lutto nazionale. L'opposizione ha temporaneamente sospeso le proteste, ma sono rimasti i dubbi che la vicenda sia stara in qualche modo sfruttata per distogliere l'attenzione. In una nota congiunta l'ambasciata Usa di Skopje, la Nato, la Ue e l'Osce hanno definiti l'episodio «un fenomeno isolato» e chiesto al governo di affrontare la crisi politica e operare le attese riforme.

Gordan Kalajdziev, presidente del comitato di Helsinki per i diritti umani della Macedonia, ha detto al New York Times che il problema è che i macedoni hanno scarsa esperienza di democrazia e di controlli sulle istituzioni. Il governo non ha incentivi a cambiare o a cadere il potere: «non si dimetteranno, perchè sanno che se si dimetteranno finiranno sotto inchiesta». Pandov ha detto che il governo non è preoccupato delle dimostrazioni di domenica prossima e dele altre proteste «il partito di governo farà la sua manifestazione mostrerà che coloro che lo sostengono sono di più».