3 aprile 2020
Aggiornato 22:30
Omicidio Brown

Obama non andrà a Ferguson (per ora)

Da giorni è al centro del dibattito alla Casa Bianca l'opportunità di un viaggio del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, nella cittadina del Missouri dove l'omicidio di un ragazzo afroamericano da parte di un poliziotto bianco ha riacceso le tensioni razziali, soprattutto dopo la decisione di un Gran giurì di non incriminare l'agente.

NEW YORK - Andare o non andare a Ferguson. Da giorni è al centro del dibattito alla Casa Bianca l'opportunità di un viaggio del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, nella cittadina del Missouri dove l'omicidio di un ragazzo afroamericano da parte di un poliziotto bianco ha riacceso le tensioni razziali, soprattutto dopo la decisione di un Gran giurì di non incriminare l'agente.
Secondo fonti della Casa Bianca interpellate da Politico, l'idea è stata momentaneamente accantonata dopo una serie di incontri, commmpreso quello di una settimana fa, dopo la decisione del Gran giurì, nello Studio ovale tra Obama, il segretario alla Giustizia Eric Holder e Valerie Jarrett, tra i consiglieri più importanti del presidente. Al momento, una visita a Ferguson sarebbe complicata da organizzare e considerata come un elemento di disturbo, tenendo conto anche del gran numero di poliziotti da impegnare per la sicurezza.

Obama: «E' un problema nazionale» - Per questo, invece di trascorrere alcune ore a Ferguson che sarebbero finite inevitabilmente al centro di polemiche, il primo Presidente afroamericano degli Stati Uniti ha deciso di restare a Washington per promuovere uno sforzo concertato per allentare le tensioni e produrre un reale cambiamento nella gestione della pubblica sicurezza. Per questo, Obama ha deciso di finanziare una serie di iniziative per rendere più rigidi gli standard per l'uso di armi militari da parte delle autorità locali, per migliorare la formazione degli agenti e dotarli di telecamere per analizzare con più chiarezza i presunti casi di violenza, per cui la Casa Bianca chiederà 263 milioni di dollari al Congresso.
«Non è un problema solo di Ferguson, è un problema nazionale» ha detto ieri Obama ai giornalisti, dopo una serie di incontri con il suo gabinetto, con i funzionari delle forze dell'ordine, le autorità religiose e i leader delle organizzazioni per i diritti civili. «E' un problema che si può risolvere, ma c'è bisogno di un prolungato dibattito per andare avanti e farlo in modo costruttivo».
Le proteste nel Paese, intanto, vanno avanti. Ieri, alle 12:01 (orario del Missouri, le 19:01 in Italia), l'ora della morte di Michael Brown, studenti e impiegati in diverse città hanno interrotto le loro attività e sono usciti da classi e uffici per ricordare il ragazzo ucciso il 9 agosto a Ferguson dall'agente Darren Wilson.

Manifestazioni che hanno coinvolto anche il mondo dello sport. Domenica, cinque giocatori dei St. Louis Rams, franchigia del campionato di football americano (Nfl), sono entrati in campo con le braccia alzate. Il gesto, che richiama l'«hands up, don't shoot» - ovvero «mani in alto, non sparare» - dei manifestanti - secondo alcuni testimoni, Brown aveva le braccia alzate quando il poliziotto gli ha sparato - è stato condannato dalla polizia di St. Louis, che ha chiesto le scuse della squadra, oltre a una sanzione per i giocatori.
Il vicepresidente dei Rams, Kevin Demoff, ha negato ieri di aver chiesto scusa al capo della polizia, Jon Belmar, che aveva mandato un'e-mail al suo staff per informarli delle scuse ricevute. «In nessuna delle conversazioni avute - ha detto Demoff - ho chiesto scusa per le azioni dei nostri giocatori. Ho detto che mi dispiace per gli attacchi agli agenti, ma credo sia possibile sia sostenere i diritti dei nostri giocatori sanciti dal Primo emendamento (la libertà di parola, ndr) sia sostenere gli sforzi delle forze dell'ordine».

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