21 novembre 2019
Aggiornato 06:30
La crisi Ucraina

Le due guerre di Poroshenko

La tempesta nell'Est del Paese non si è placata, nonostante gli sforzi della Comunità internazionale, e nella capitale la situazione politica è tanto agitata che oggi il premier Arseni Yatseniuk ha ventilato l'ipotesi di un sostanzioso rimpasto di governo. Sino a sette ministri, circolava voce tra i vari partiti.

KIEV - Un mese dopo la sua entrata ufficiale nel palazzo presidenziale in via Bankova a Kiev, Petro Poroshenko naviga in acque tutt'altro che tranquille. La tempesta nell'Est del Paese non si è placata, nonostante gli sforzi della Comunità internazionale, e nella capitale la situazione politica è tanto agitata che oggi il premier Arseni Yatseniuk ha ventilato l'ipotesi di un sostanzioso rimpasto di governo. Sino a sette ministri, circolava voce tra i vari partiti.

Al di là dell'emergenza militare, il parlamento è rimasto bloccato sui vecchi schemi e le antiche divisioni dell'era di Viktor Yanukovich e l'unica volta che la Rada ha mostrato un consenso unanime è stato quando è avvenuta l'approvazione del pacchetto economico che ha consentito l´arrivo della prima tranche di aiuti del Fondo monetario internazionale. Le grandi riforme annunciate dal governo all'inizio di marzo si sono perse per strada e il piano di Poroshenko presentato a giugno per le modifiche costituzionali e il decentramento regionale rischia di arrivare annacquato dopo il passaggio parlamentare appena iniziato.

La coppia che regge le sorti del Paese, capo di stato e premier, si trova insomma di fronte a una doppia sfida. Da un lato trovare il bandolo della matassa per riportare sotto controllo il Donbass, dove la situazione sta peggiorando tra scenari sempre più duri di guerra ed effetti collaterali sempre più vicini all'emergenza umanitaria; dall'altro quella di gestire un governo e un parlamento che per genesi - il fatto che il primo sia nato dalla sanguinosa rivoluzione di febbraio e il secondo sia ancora quello votato al tempo dell'ex presidente - difettano di legittimità e sono mossi da meccanismi oligarchici e dai soliti blocchi di potere.

Senza contare che la difficile situazione economica, nonostante l'arrivo dei primi finanziamenti, è un macigno su cui pesa il destino del Paese non solo nei prossimi mesi, ma anche nei prossimi anni: basti pensare che alla fine del 2014 si registrerà un tonfo oltre il 6-7% del pil o anche maggiore se la guerra nel Donbass sarà risolta in breve tempo.

Dei tre fronti quello economico appare il più gestibile sul breve periodo, considerando che il piano complessivo che l'Occidente ha stanziato per i prossimi due anni ammonta a 18 miliardi di dollari, una cifra sufficiente per controllare la transizione, ma non certo per garantire stabilità.

La questione del gas irrisolta con la Russia, tra nuovo prezzo da definire e debito arretrato da saldare, è però una spada di Damocle che graverà in ogni caso sulle casse dello stato.

Oggi il parlamento ha votato in prima lettura l'introduzione di un «periodo speciale» nella gestione delle risorse energetiche, in pratica un piano in vista di una nuova emergenza sul fronte del gas con la Russia. La Rada ha dato il via libera poi alla possibilità di creare un nuovo operatore per la rete di trasporto del gas e cederne il 49% investitori stranieri, «europei o americani».

Gli aiuti internazionali non sono a fondo perso, ma legati all'implementazione del piano di riforme che Kiev ha promesso di attuare. Per realizzarlo è assolutamente necessaria quella coesione interna che per ora sembra mancare e che si è estrinsecata oggi nelle parole di Yatseniuk.

I vari cambi che sino ad ora sono avvenuti nella compagine governativa sono stati giustificati con l'arrivo di Poroshenko alla presidenza e la facoltà concessa al presidente di procedere alle nomine a lui riservate (Esteri, Difesa, amministrazione presidenziale, procura generale). Ma il piano del capo dello Stato per la riforma costituzionale e il decentramento regionale hanno aperto il dibattito tra le varie fazioni filogovernative che fanno a capo ai maggiori partiti, da Patria di Yulia Tymoshenko e Yatseniuk ai nazionalisti di Svoboda, da Udar di Vitaly Klitschko, alla squadra che il presidente sta formando sia fuori che dentro il parlamento, raccogliendo i parlamentari indipendenti e quelli fuoriusciti dal Partito delle regioni di Victor Yanukovich.

Un forte rimpasto governativo a favore del presidente concederebbe a Poroshenko maggiore spazio di manovra. Il nodo delle elezioni anticipate che il capo di stato vorrebbe sciogliere presto è invece ancora insoluto, anche perché legato a come andrà avanti la campagna nel Donbass.

Se si giungerà in tempi brevi a un cessate il fuoco e le trattative con i ribelli potranno dare il via al processo di pacificazione, il rinnovo del parlamento avverrebbe già in autunno; se invece l'emergenza nel Sud-Est rimarrà all'ordine del giorno, la Rada rimarrà nell'assetto attuale, con il rischio che la guerra tra governativi e separatisti alimenti anche i conflitti politici interni aumentando il pericolo di una nuova implosione.