28 gennaio 2020
Aggiornato 02:00
Diritti

Sakineh «ostaggio» di una lotta interna di potere

Parla un attivista iraniano: «Le autorità giudiziarie sono contro Ahmadinejad, vogliono screditarlo»

TEHERAN - Sakineh vittima di una lotta interna per il potere. E' quanto emerge dalle parole contraddittorie e dalla confusione che stanno caratterizzando da tempo, e soprattutto nelle ultime ore, la storia della donna iraniana condannata alla lapidazione per adulterio e concorso in omicidio del marito, il cui caso sarebbe sotto riesame. Per gli oppositori, nessun vero riesame sarebbe mai cominciato, nessuna condanna sospesa: si tratterebbe solo di propaganda giocata sulla pelle di Sakineh, che senza l'interessamento dell'Occidente sarebbe già morta.

A ripeterlo ad Apcom è Ahmad Fatemi, attivista iraniano del Comitato internazionale contro la pena di morte e la lapidazione. «Non c'è nulla di nuovo. L'autorità giudiziaria ha ripetuto cose già dette (Sakineh condannata a morte per omicidio e adulterio, con la pena all'impiccagione per il primo reato che prevale sulla pena alla lapidazione per il secondo) solo che è il momento in cui ha scelto di farlo che sottolinea la volontà di contraddire il presidente Ahmadinejad e di screditarlo. Ricordate che a New York aveva detto che non c'era nessuna condanna alla lapidazione?» ha dichiarato Fatemi.

«Il Majlis» (il parlamento iraniano) sta combattendo Ahmadinejad, con cui è in disaccordo quasi su tutto, tranne che sulla repressione. E le autorità giudiziarie sostengono coloro che stanno lottando per il potere contro il presidente». C'è però un pericolo: «Allo stesso tempo, stanno preparando il terreno per eseguire la condanna di Sakineh. Per questo dobbiamo lavorare sempre di più per la sua salvezza» ha aggiunto.
Il procuratore generale e portavoce delle autorità giudiziarie, Gholamhoseyn Mohseni Ezhei, ha annunciato che Sakineh Mohamadi Ashtiani non sarà lapidata, ma non sfuggirà comunque alla condanna a morte: la donna, per cui si è mobilitata l'opinione pubblica occidentale, sarà impiccata. Non per adulterio, ma per complicità nell'assassinio del marito: «In base alla decisione del tribunale, è stata condannata per omicidio», ha dichiarato il giudice religioso al Teheran Times «e la pena per questo delitto ha la preminenza su quella per adulterio».

Sakineh, che ha subito due processi distinti, era stata ritenuta colpevole per entrambi i capi d'imputazione: nel 2007, però, una corte d'appello iraniana aveva commutato la pena all'impiccagione per complicità nell'omicidio del marito in dieci anni di reclusione, confermando invece la lapidazione per il reato di adulterio. Da luglio, poi, dopo le proteste di governi e opinione pubblica stranieri, le autorità iraniane avevano dichiarato che la condanna a morte era stata sospesa, in attesa di un riesame.

La versione del procuratore è stata però smentita oggi dal ministero degli Esteri, secondo cui il riesame «non si è ancora concluso» e, quindi, non è stato ancora raggiunto il verdetto. In aperta contraddizione con quanto detto da ministri e autorità giudiziarie, Ahmadinejad ha dichiarato alla televisione statunitense, durante la sua presenza a New York per l'Assemblea generale dell'Onu, la scorsa settimana, che Sakineh non è mai stata condannata a morte per lapidazione.