21 aprile 2024
Aggiornato 23:00

Febbre suina: Messico bloccato, l'Oms lancia l'allarme

Venti morti accertati, 42 sospetti, un migliaio di infetti

Città del Messico - Venti casi accertati, quarantadue sospetti: questo il bilancio ufficiale dei decessi causati dal virus della febbre suina che ha causato un migliaio infezioni negli stati messicani di Città del Messico e San Luis; altri otto casi, non mortali, si sono registrati negli stati americani della California e del Texas.

L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato l'allarme e fissato per il pomeriggio una riunione di esperti per stabilire se sia il caso di dichiarare lo stato di allerta per un possibile rischio di pandemia.

Le autorità messicane hanno sottolineato come nel corso delle ultime 24 ore il numero di casi gravi sia in progressiva diminuzione e come sia disponibile un farmaco antivirale specifico in quantità ampiamente sufficienti; l'uso del farmaco viene consigliato rispetto al vaccino perché quest'ultimo corrisponde a una variante precedente del virus e quindi è meno efficace.

Esami di laboratorio su diciotto decessi avvenuti in Messico hanno identificato il virus come appartenente al ceppo A/H1N1, geneticamente identico alla varietà riscontrata in California.

Le autorità di Città del Messico hanno chiuso scuole e università, teatri e musei: alla popolazione è stato consigliato di indossare mascherine protettive e di non utilizzare luoghi e trasporti pubblici; le due partite della Prima divisione calcistica messicana previste domani saranno giocate a porte chiuse.

Altri sei Paesi sudamericani hanno adottato le prime misure di prevenzione per evitare un possibile espandersi della crisi: Costa Rica, Nicaragua, Brasile, Perù, Cile e Colombia, così come le Filippine.

La preoccupazione dell'Oms è data dal fatto che il virus si trasmette direttamente fra esseri umani ed è costituito da ceppi diversi, di origine differente: aviaria, suina e umana: esiste un rischio, seppure minimo, che possa mutare in un virus dal potenziale pandemico.

I maiali possono infatti servire da «incubatrice» per una mutazione del virus che combini il materiale genetico dei ceppi responsabili della febbre aviaria e della peste porcina, in grado di infettare direttamente l'uomo: il sistema respiratorio dei suini è infatti tale da renderli vulnerabili all'infezione sia di virus umani che aviari; un virus che risultasse dallo scambio dei due tipi di materiale genetico e che conservasse una quantità sufficiente del genoma del ceppo patogeno per gli esseri umani potrebbe sviluppare un'alta trasmissibilità e dar luogo a una pandemia.