7 maggio 2021
Aggiornato 10:00
Rapporto Scenari Industriali

L'Italia (nel 2019) si conferma settima potenza manifatturiera mondiale

Nella classifica dei principali produttori, l'Italia, con una quota del 2,2%, si colloca davanti alla Francia e al Regno Unito e dietro l'India. Sul podio resta la Cina (28,2%), seguita daggli USA (17,2%)

L'Italia (nel 2019) si conferma settima potenza manifatturiera mondiale
L'Italia (nel 2019) si conferma settima potenza manifatturiera mondiale ANSA

L'Italia si conferma settima potenza manifatturiera mondiale. All'alba dello scoppio della pandemia da Covid 19, nella classifica 2019 dei principali produttori manifatturieri, l'Italia, con una quota del 2,2%, si colloca davanti alla Francia (1,9%) e al Regno Unito (1,8%) e dietro l'India (2,9%). Sul podio resta la Cina (28,2%), seguita dagli Stati Uniti (17,2%). Tra gli esportatori mondiali l'Italia si aggiudica, poi, la performance migliore: secondo il trade performance index elaborato da Wto e Unctad occupa le prime tre posizioni al mondo in otto raggruppamenti settoriali su dodici, subito dietro la Germania. E' la fotografia scattata dal Rapporto Scenari Industriali del Centro Studi di Confindustria.

Tuttavia, l'impatto della pandemia sui livelli di attività della manifattura italiana è stato «immediato e violento». Nei due mesi di lockdown (marzo e aprile) la produzione è diminuita mediamente di oltre il 40%, anche se con un profilo fortemente disomogeneo a livello settoriale (dal -92,8% della produzione di prodotti in pelle al -5,5% del farmaceutico). Il recupero dei livelli produttivi da maggio è stato «pressoché istantaneo», così che nel giro di quattro mesi il livello di produzione è tornato intorno ai valori di gennaio con un incremento del 76% rispetto al minimo toccato in aprile. Ma, nelle stime del Csc, «le prospettive per i mesi autunnali sono tornate negative, in linea con l'aumento dei contagi a livello globale e con l'introduzione di nuove misure restrittive».

Il rallentamento produttivo dell'Italia «non costituisce una anomalia nel confronto internazionale». Guardando alle altre grandi economie europee l'Italia mostra, anzi, «una contrazione dei tassi di crescita relativamente contenuta, oltre che una maggiore reattività allo shock pandemico».

Secondo gli economisti di Confindustria, per l'economia italiana «il deficit di crescita è però ormai strutturale. Agisce su di esso - oltre a una incertezza divenuta ormai permanente - la graduale erosione della domanda interna, che limita la possibilità per i produttori nazionali di trovare spazio sul mercato domestico». Spicca in questo ambito il crollo della componente pubblica degli investimenti (in costante flessione dal 2011), mentre la componente privata si è risollevata, anche grazie agli effetti positivi del Programma «Industria 4.0. A partire dal 2014 si è avuta una fase di ripresa dei flussi di investimento (che ha riguardato i soli investimenti privati), arrivata fino al 2018 (tra 2014 e 2018 si registra una variazione positiva di quasi il 13%; ma il livello raggiunto è inferiore di quasi 20 punti percentuali rispetto al picco del 2007).

L'uscita dalla pandemia, nella visione del Csc, coinciderà con cambiamenti importanti negli stessi driver dello sviluppo, nell'ambito dei quali un ruolo importante sarà svolto dalla transizione green. L'industria italiana «affronta la sfida della sostenibilità ambientale competitiva potendo contare su un vantaggio strategico da first mover rispetto a molti dei suoi partner internazionali, avendo già da tempo fatto i conti con un approccio responsabile alla produzione e al consumo di risorse».

Presenta, infatti, un ridotto impatto in termini di rifiuti solidi prodotti, grazie ad un approccio circolare all'uso delle risorse (grazie alle attività di riciclo e recupero è stato infatti possibile re-immettere nel sistema economico l'83% circa dei rifiuti speciali prodotti in Italia, contro l'81% registrato in Germania, il 71% in Francia, il 60% del Regno Unito e una media Ue del 53%) e un ridotto impatto in termini di emissioni di gas serra prodotti dalle attività di trasformazione. Secondo le stime del Centro Studi Confindustria, la manifattura italiana colloca al quarto posto tra le principali economie globali, al terzo nella Ue, per minor intensità di Co2 (Co2 in rapporto al valore aggiunto), su livelli equivalenti a quelli registrati dalla manifattura tedesca. Rispetto alla media Ue, l'intensità delle emissioni di Co2 della manifattura italiana è inferiore del 31%. La bassa impronta di carbonio della manifattura italiana nel confronto internazionale è spiegata, soprattutto, da livelli di efficienza ambientale dei processi industriali tra i più elevati al mondo.

(con fonte Askanews)