17 ottobre 2019
Aggiornato 07:00
Economia

Cosa rischia l'Italia dopo la bocciatura definitiva della manovra

Per la prima volta la Commissione aprirà la procedura di infrazione riguardo al debito. Il punto sull'iter e le sue conseguenze (possibili)

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte al consiglio europeo, Bruxelles, 18 ottobre 2018
Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte al consiglio europeo, Bruxelles, 18 ottobre 2018 ANSA

BRUXELLES - La Commissione europea ha pubblicato ieri a Bruxelles il suo parere sulla manovra, o più precisamente sul Documento programmatico di bilancio, Dpb, presentato dall’Italia, nella sua seconda versione leggermente rivista dopo la prima bocciatura dell’Esecutivo Ue, e soprattutto il suo rapporto sul rispetto, da parte dell’Italia, della ‘regola del debito’. Si tratta del cosiddetto rapporto 126.3, con riferimento un articolo del Trattato sul funzionamento dell’Ue. In entrambi i casi, il giudizio della Commissione è negativo. Nel parere sulla manovra di sette pagine si conferma «la valutazione complessivamente negativa» dei piani del governo, la previsione del «rischio di una deviazione significativa» nel percorso di riduzione del deficit sia per il 2018 che per il 2019, e il giudizio di un «non adempimento particolarmente grave» rispetto agli impegni che lo stesso governo aveva preso approvando la raccomandazione del Consiglio Ue del 13 luglio scorso. 

Il rapporto sul debito
Nel rapporto sul debito, di 21 pagine, dopo aver esaminato tutte le circostanze attenuanti - i «fattori rilevanti» - presentate dal governo, e considerato il parere negativo sulla manovra, per cui l’Italia non è più «broadly compliant» (complessivamente conforme) con le norme sul deficit, la Commissione conclude: «Nel complesso, l’analisi suggerisce che si debba considerare come non rispettato il criterio del debito, e che dunque una procedura per deficit eccessivo sia giustificata». Da notare che è la prima volta che la Commissione considera ci siano le condizioni per aprire questa procedura riguardo al debito, da quando è stato riformato il Patto di Stabilità negli anni della crisi dell’Eurozona, con i due pacchetti normativi (il ‘six-pack’ e il ‘two-pack’) che rispecchiano in gran parte gli obiettivi del ‘Fiscal Compact’, il trattato voluto dalla Germania che ha imposto le politiche di austerità. 

Che cosa prevede ora la procedura? 
Il primo passaggio è l’esame, entro due settimane da oggi, del rapporto sul debito da parte del Comitato economico e finanziario, l’organismo tecnico a cui partecipano i direttori del Tesoro degli Stati membri che prepara le riunioni ministeriali dell’Ecofin. Il commissario europeo agli Affari economici e finanziari, Pierre Moscovici, ha sottolineato che «non c’è ragione per cui il parere del comitato dovrebbe divergere dalle conclusioni dell’Esecutivo Ue». Viste anche le posizioni degli Stati membri nell’Eurogruppo, può essere dato per scontato il parere del Comitato economico e finanziario in linea con le valutazioni della Commissione, e la successiva presentazione da parte della stessa Commissione di una «proposta di raccomandazione’ che chieda all’Italia un ‘piano di aggiustamento», da sottoporre al Consiglio Ecofin che dovrà approvare a maggioranza qualificata. 

Il piano di aggiustamento
Il piano di aggiustamento dovrà correggere gli squilibri finanziari e comprendere obiettivi specifici riguardanti la riduzione del deficit nominale e di quello strutturale, e anche il «benchmark’» della spesa pubblica (spesa primaria conforme all’aggiustamento strutturale). La raccomandazione comprenderà anche una scadenza, di regola sei mesi (ma che possono essere ridotti a tre in caso di non adempimento particolarmente grave), entro cui l’Italia dovrà dimostrare di aver intrapreso ‘un’azione efficace per attuare il piano di aggiustamento. 

Il rischio sanzioni e i tempi
Inoltre, a questo punto la Commissione potrebbe proporre la prima vera e propria sanzione a carico dell’Italia: un deposito infruttifero, nelle casse Ue, pari allo 0,2% del Pil nell’anno in corso. Quanto alla tempistica, bisogna guardare alle scadenze previste dalla procedura e al calendario del Consiglio Ue. Oltre alle due settimane, a partire da ieri, entro cui il Comitato economico e finanziario dovrà rendere il suo parere, la scadenza successiva è quella entro cui l’Ecofin dovrà essere in grado di valutare la proposta di raccomandazione della Commissione. Questa scadenza è il primo febbraio 2019, ovvero quattro mesi dopo l’ultima notifica, il primo ottobre scorso, dei dati dati macroeconomici consolidati da parte dell’Eurostat. Nel calendario del Consiglio Ue ci sono solo due riunioni dell’Ecofin previste prima del primo febbraio: la prossima, il 4 dicembre, e la prima del 2019, il 22 gennaio. Teoricamente, il parere del Comitato economico e finanziario potrebbe arrivare in tempo utile perché la Commissione presenti la sua proposta di raccomandazione prima del 4 dicembre, ma appare più probabile che la proposta atterri sul tavolo dell’Ecofin più tardi, in tempo utile per la riunione del 22 gennaio. 

Gli scenari possibili
Assumendo che la raccomandazione sia approvata il 22 gennaio, si aprono due scenari possibili per il passaggio successivo, ovvero la valutazione da parte della Commissione se l’Italia abbia intrapreso o no una «azione efficace» per attuare il piano di aggiustamento: entro il 23 luglio, se la scadenza sarà stata fissata a sei mesi, o entro il 23 aprile, prima ancora delle elezioni europee di maggio, se sarà stata invece accorciata a tre mesi, in considerazione della «inadempienza particolarmente grave». In caso di ripetuta inadempienza, l’Italia si potrebbe vedere imporre successivamente un’altra multa fino a un massimo dello 0,5% del Pil, e il blocco prima degli impegni di finanziamento e poi dei pagamenti dei programmi approvati sul suo territorio nel quadro dei fondi strutturali europei. 

La «regola del debito»
Bisogna ricordare, infine, che la «regola del debito» prevede una riduzione a tappe forzate, pari a un ventesimo all’anno, del differenziale fra il rapporto debito/Pil attuale e il limite di Maastricht del 60%. Questa riduzione sarebbe integrata nel piano di aggiustamentio proposto dalla Commissione e approvato dall’Ecofin, e andrebbe applicata al debito/Pil registrato nell’anno in corso e a quello previsto nei due anni successivi. Per l’Italia, che è oggi al 131%, significherebbe un calo annuale del 3,5% del rapporto debito/Pil (ossia un ventesimo del 70%, la differenza rispetto al limite del 60%). Da notare che, per calcolare questa cifra in valore assoluto, non va semplicemente moltiplicato un punto percentuale di Pil (18 miliardi di euro) per il fattore 3,5, perché si tratta della riduzione di una frazione, e va considerato anche il denominatore. Con una crescita del Pil attorno al 2%, ad esempio, lo sforzo di riduzione richiesto sarebbe sensibilmente minore. 

Cosa accade in caso di «risultato non conseguito»
Ad ogni modo, se dopo la scadenza la Commissione constata che non c’è stata una azione efficace, parte la fase successiva della procedura: una notifica all’Italia del risultato non conseguito e l’imposizione di un nuovo percorso di aggiustamento, con un’ulteriore scadenza per verificare, di nuovo, che vi sia stata azione efficace per attuarlo. La Commissione a questo punto può anche proporre una multa pari allo 0,2% del Pil. In caso di ripetuta inadempienza, l’Italia si potrebbe vedere imporre successivamente un’altra multa fino a un massimo dello 0,5% del Pil, e il blocco prima degli impegni di finanziamento e poi dei pagamenti dei programmi approvati sul suo territorio nel quadro dei fondi strutturali europei.