25 ottobre 2020
Aggiornato 03:00
Politiche europee

Se persino Netflix è contro l'Unione europea

Anche l'amministratore delegato della piattaforma, Reed Hastings, se la prende con la Ue, per la normativa che impone almeno il 30% di produzioni europee

ROMA – Perfino Netflix non sopporta l'Unione europea. La piattaforma (americana) leader nel mondo per la trasmissione online in streaming di film e serie tv ha infatti attaccato pesantemente Bruxelles, in occasione della conferenza stampa in cui ha presentato i risultati di bilancio del penultimo trimestre 2018.

Normativa controversa
A parlare era l'amministratore delegato Reed Hastings, che se l'è presa con la normativa recentemente imposta dalla Ue, che obbliga Netflix a inserire nel suo catalogo almeno il 30% di produzioni europee. Una normativa che, come spiega Hastings, rischia di danneggiare non soltanto la singola società, ma tutto il settore produttivo cinematografico e televisivo dei Paesi coinvolti. «Preferiremmo concentrarci sul creare un servizio migliore per i nostri clienti, includendo certamente le produzioni locali – ha sottolineato l'ad – invece di soddisfare semplicemente le quote, avevamo anticipato che una quota di contenuti regionali che approssimativamente fa riferimento allo share delle varie regioni dei nostri utenti in tutto il mondo potrebbe solo ridurre la soddisfazione degli utenti. Le quote, a prescindere dalla grandezza del mercato, possono impattare negativamente sia sull'esperienza dei consumatori che sulla creatività. Noi crediamo che un modo più efficace di supportare in maniera forte i contenuti locali sarebbe quella di incentivare i creatori di contenuti, a prescindere dal canale di distribuzione».

Investimenti sui mercati locali
Netflix, insomma, critica l'Unione per l'imposizione di contenuti locali, e avrebbe invece preferito degli investimenti specifici sul settore della produzione. Oltretutto, fin dai suoi esordi in Europa, la piattaforma non ha mancato di realizzare film e serie tv specifiche per i singoli mercati, come è il caso di Dark per la Germania o de La casa di carta per la Spagna, che poi si è trasformata in un fenomeno mediatico internazionale. E questa produzione non è destinata ad arrestarsi nemmeno in futuro: anzi, secondo quanto riporta il Financial Times, soltanto il prossimo anno la società ha pianificato di spendere circa un miliardo di dollari per creare circa 100 nuovi spettacoli in sedici diversi Paesi, tra cui l'Italia. Anche senza il bisogno dell'intervento dell'Unione europea.