20 agosto 2019
Aggiornato 18:00
Il caso Menarini

Menarini, storia di una maxi condanna per frode allo Stato sui medicinali

I vertici della Menarini sono stati condannati per riciclaggio da frode fiscale. La casa farmaceutica più grande d'Italia avrebbe prodotto farmaci a prezzi gonfiati, accumulando illeciti per 1,2 miliardi di euro. E la storia sarebbe cominciata negli anni Ottanta

FIRENZE – La più grande casa farmaceutica italiana è accusata di una gigantesca truffa ai danni del sistema sanitario nazionale. La presidente e il vicepresidente della Menarini di Firenze, Lucia e Giovanni Aleotti, sono stati condannati rispettivamente a dieci e sette anni di reclusione per riciclaggio da frode fiscale. Ma la storia parte da molto lontano e comincia nell'Italia degli anni Ottanta.

I vertici della Menarini condannati per frode fiscale
Lucia Aleotti condannata a dieci anni e sei mesi per riciclaggio da frode fiscale. Giovanni Aleotti condannato a sette anni e mezzo per gli stessi reati. I due fratelli sono rispettivamente la presidente e il vicepresidente della Menarini di Firenze. La più grande casa farmaceutica italiana è accusata di aver perpetrato per circa trent'anni, dal 1984 al 2010, una colossale truffa ai danni del sistema sanitario nazionale. Una frode che sarebbe costata alle casse dello Stato 860 milioni di euro.

Farmaci prodotti a prezzi gonfiati
La storia, però, parte da molto lontano e comincia nell'Italia degli anni Ottanta. Il patron della Menarini, Alberto Aleotti, avrebbe cominciato in quel periodo ad usare società estere fittizie per acquistare i principi attivi dei farmaci prodotti dalla sua azienda allo scopo di aumentarne il prezzo finale utilizzando una serie di false fatturazioni. La frode sarebbe stata così perpetrata ai danni dello Stato italiano, che per trent'anni avrebbe acquistato i farmaci in questione a prezzi notevolmente maggiorati.

Il conto segreto in Liechtenstein
Grazie a questo modus operandi, la Menarini avrebbe accumulato proventi illeciti per un totale di circa 1,2 miliardi di euro. L'inchiesta è partita solo in tempi molto più recenti, e precisamente nel 2008, quando un ex funzionario della Banca Lgt del Principato del Liechtenstein rivelò ai servizi segreti tedeschi l'esistenza, tra gli altri, di un conto segreto sul quale erano stati depositati 476 milioni di euro. Il titolare era Alberto Aleotti.

Le pressioni della famiglia Aleotti sulla classe politica
L'ingente somma di denaro – seconda solo a quella del conto del Granduca del Liechtenstein in persona - fece insospettire le autorità tedesche e nel giro di due anni la documentazione pervenne alla Guardia di Finanza, in Italia. Ma c'è di più. Secondo quanto riporta Il Fatto Quotidiano, la famiglia Aleotti avrebbe esercitato una «serrata attività di pressione» su alcuni esponenti della classe politica italiana negli anni 2008-2009 per contrastare la nuova normativa sui farmaci generici, adottata da alcune Regioni, che avrebbe compromesso il business della casa farmaceutica. Il pm Luca Turco ha parlato di lettere destinate all'ex presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi e all'ex ministro Claudio Scajola e di altre pressioni esercitate su Enrico Rossi, Gianni Letta e altri politici dell'epoca.