20 settembre 2019
Aggiornato 18:30
«Pericolosissime per l'intero Pianeta»

Gli Usa dicono sì alle trivellazioni nell'Artico: la protesta di Greenpeace

Sei attivisti della Ong si sono arrampicati sulla Polar Pioneer, piattaforma petrolifera di proprietà della Shell e destinata alle operazioni nel Mare di Chukchi, in Alaska. L'associazione vuole attirare l'attenzione dell'opinione pubblica sui progetti per l'estrazione di idrocarburi nella regione artica, dopo un primo via libera da parte del dipartimento degli Interni americano.

WASHINGTON – Sei attivisti di Greenpeace hanno scalato una piattaforma petrolifera e si sono accampati sul lato inferiore del ponte principale. Gli ecologisti sono entrati in azione nell'Oceano Pacifico, a 750 mila miglia a nord ovest delle Isole Hawaii, arrampicandosi sulla Polar Pioneer, piattaforma petrolifera di proprietà della Shell e destinata alle trivellazioni nel Mare di Chukchi, in Alaska.

GREENPEACE, TRIVELLE IN AZIONE FRA 100 GIORNI - In un comunicato la Ong ha rivendicato l'azione di protesta per rispondere ai progetti «pericolosissimi non solo per il fragile ecosistema artico, ma per tutto il Pianeta» di trivellazioni nell'Artico, annunciate nei giorni scorsi dal dipartimento degli Interni degli Stati uniti, che ha dato un primo via libera alle concessioni petrolifere nella regione. Dopo questo passaggio burocratico la Shell potrebbe ricevere fra un centinaio di giorni l'ok definitivo all'estrazione di idrocarburi nel Mare Artico a largo degli Usa. Gli ambientalisti, che hanno viveri e attrezzature che gli permettono di rimanere a bordo della piattaforma per diversi giorni, sono saliti sulla Polar Pioner dopo averla inseguita a bordo della Esperanza, la nave rompighiaccio di Greenpeace.

SHELL HA INVESTITO 5 MILIARDI IN ALASKA - Shell aveva annunciato l'intenzione di avviare le trivellazioni già dal 2015. La compagnia ha già investito 5 miliardi di dollari nel progetto, che ha messo in cantiere quasi otto anni fa, nel 2008. Un portavoce dell'azienda comunque ha specificato alla United press international che «l'esecuzione di questo progetto rimane subordinata al raggiungimento dei permessi necessari, alla certezza del diritto e alla nostra determinazione a portare avanti le esplorazioni in modo sicuro e responsabile».

LE NUOVE CONCESSIONI OFFSHORE AMERICANE - Ai primi di febbraio il dipartimento dell'Interno americano aveva reso noto l'ultima parte del suo piano quinquennale per le licenze per le trivellazioni nelle acque federali tra il 2017 e il 2022, dove erano state esclusi dallo sfruttamento petrolifero sia la Florida che alcune zone dell'Alaska. L'estrazione del «petrolio di frontiera» imprigionato sotto le acque della East Coast, è un progetto che le compagnie americane e le loro lobby nel Congresso hanno in cantiere da tempo, ma che ha subito una battuta di arresto nel 2010 quando è esplosa la piattaforma Deepwater Horizon (British Petroleum) nelle acque del Golfo del Messico. In quell'occasione, il più grande disastro ambientale legato all'estrazione di greggio, lo stesso Obama aveva bloccato le licenze per la ricerca di greggio da acque profonde. Due mesi fa il ripensamento, motivato dal fatto che negli abissi dell'Oceano ci sarebbero 3,3 miliardi di barili di petrolio recuperabile e 900 miliardi di metri cubi di gas naturale.

IL TESORO SOTTO L'ARTICO - Per motivare la sua decisione, il dipartimento degli Interni americano ha commissionato uno studio alla National petroleum council (Npc). Secondo Rex Tillerson, amministratore delegato di Exxon Mobil e presidente della commissione di studio Npc intervistato dalla Associated press, gli Usa devono prepararsi sin da ora all'estrazione di «oro nero» nell'Artico, perché è un'operazione che richiede tempo, «dai 20 ai 40 anni se iniziamo oggi», e grazie alla quale gli Stati uniti potranno continuare a mantenere un alto livello di produzione domestica di idrocarburi, una volta che si esaurirà la «vena» dello shale oil. Stando alle stime, l'Artico custodirebbe circa un quarto delle riserve mondiali di gas e petrolio non ancora scoperte.