13 novembre 2019
Aggiornato 03:30
Opec: salta l'accordo a Vienna

I produttori litigano, il petrolio scende

Il ministro del petrolio del Kuwait riferisce il mancato accordo su una riduzione dell'offerta in risposta alle recenti cadute della quotazioni. Nel frattempo, i titoli cadono a precipizio, mentre continua la guerra intestina tra i produttori, combattuta a colpi di ribassi dei prezzi: oggi, nuovo minimo pluriennale a 70 dollari

VIENNA - Niente stretta ai rubinetti da parte dell'Opec. Come ampiamente atteso, il cartello dei Paesi esportatori di oro nero, riuniti al quartier generale di Vienna, non è riuscito a trovare una intesa su una riduzione dell'offerta in risposta alle recenti cadute delle quotazioni. «Nessun cambiamento», ha dichiarato il ministro del petrolio del Kuwait, Ali al-Omair.

E I TITOLI SCIVOLANO - Scivolano in Borsa i titoli oil dopo la decisione dell'Opec di non tagliare la produzione di petrolio. A Piazza Affari Saipem crolla del 5%, Tenaris del 2,3%, male anche Eni (-1,9%).

MINIMO PLURIENNALE DEI PREZZI DEL PETROLIO - Nuovo minimo pluriennale dei prezzi del petrolio, dopo che l'Opec non è riuscita a concordare una riduzione dell'offerta in risposta alle recenti cadute delle quotazioni. Sia il barile di Brent che il Wti americano hanno segnato minimi dall'agosto del 2010, rispettivamente a 74,36 e 70,87 dollari.

MESI NERI PER L'ORO NERO - Da mesi il cartello degli esportatori di oro nero appare lacerato in una sorta di guerra intestina, combattuta a colpi di ribassi dei prezzi a difesa delle rispettive quote che ha contribuito non poco alla caduta dei corsi ufficiali. A Londra il Brent, il greggio di riferimento del mare del Nord ha toccato un nuovo minimo pluriennale a 75,48 dollari, oltre il 32 per cento in meni del picco di 112 dollari toccato appena lo scorso maggio. A New York il barile di West Texas Intermediate cala di 1,15 dollari rispetto alla chiusura di ieri, a 72,54 dollari. Sono diversi i fattori che da mesi hanno contribuito a queste flessioni. Il primo è la diffusa tendenza al rallentamento della crescita economica, che è risultata particolarmente evidente in Europa e in Cina, tanto da spingere le rispettive Banche centrali a orientarsi in modo più aggressivo verso politiche monetarie espansive. Un altro fattore strutturale è nell'aumento dell'offerta di gas naturale derivante dalla frammentazione idrolitica, specialmente nel Nord America.

NESSUNA REAZIONE DALL'OPEC - Ma a questo si è aggiunto anche il fattore Opec, o meglio la totale assenza di reazioni da parte sua. Solitamente il cartello reagisce ai cali marcati dei prezzi aggiustando l'offerta, con strette ai rubinetti che evitano un eccessivo affossarsi delle quotazioni. Tuttavia da tempo, secondo numerose ricostruzioni di stampa, gli Stati Opec sono in lotta tra loro stessi per difendere le rispettive quote di mercato. E lo avrebbero fatto con accordi di fornitura fuori dalle contrattazioni ufficiali, in cui si sarebbero combattuti a colpi di ribassi. Un quadro di divisioni che sembrava confermato alla vigilia del vertice. Da un lato coloro che vorrebbero ridurre l'offerta, come Venezuela e forse Algeria. Dall'altro il peso massimo, l'Arabia Saudita che non ne vuole sapere. Una posizione appena ribadita dal suo ministro del petrolio Ali al-Naimi, che si è limitato a pronosticare che il mercato dovrebbe «autostabilizzarsi». E senza il consenso dei sauditi è praticamente impossibile concordare strategie all'Opec. Non solo, stavolta secondo diversi paesi si richiederebbe una azione coordinata anche con altri Stati, a cominciare dalla Russia. Lo ha appena ribadito il rappresentante dell'Iran, il ministro del petrolio Bijan Namdar Zanganeh secondo cui nel mercato c'è un eccesso di offerta che in assenza di interventi aumenterà il prossimo anno. «Dobbiamo discuterne, confrontarci e prendere una decisione. E per gestire questa situazione - ha aggiunto - serve un contributo dei paesi produttori fuori dall'Opec». Ma sarà già tanto se i soli Stati Opec riusciranno a trovare una strategia comune.