Monti-Marchionne, alla fine l'incontro ci sarà
Ma per ora i toni scelti dal governo nei confronti della Fiat sono tutt'altro che ultimativi. Ovviamente, la speranza è che il gruppo «resti in Italia», ma la parola d'ordine tra i soggetti coinvolti nel dossier è «ascolto». Il Premier e i ministri dello Sviluppo e del Lavoro - è la linea concordata - per ora vogliono solo «capire le intenzioni del Lingotto»
ROMA - Alla fine l'incontro ci sarà, Sergio Marchionne sarà ricevuto sabato dal presidente del Consiglio Mario Monti, con i ministri Elsa Fornero e Corrado Passera. Ma per ora i toni scelti dal governo nei confronti della Fiat sono tutt'altro che ultimativi. Ovviamente, la speranza è che il gruppo «resti in Italia», ma la parola d'ordine tra i soggetti coinvolti nel dossier è «ascolto». Il premier e i ministri dello Sviluppo e del Lavoro - è la linea concordata - per ora vogliono solo «capire le intenzioni del Lingotto». E da palazzo Chigi respingono le prime letture date dell'incontro, in cui si parla di «pressing di Monti» verso l'azienda: «Non è così, non è questo l'atteggiamento con cui riceveremo Marchionne».
NESSUNA «CONVOCAZIONE» - E che la linea sia questa lo dimostra già il comunicato di palazzo Chigi, in cui non si scrive di «convocazione» ma si spiega che «si è convenuto di incontrarsi». E quale sia la richiesta del governo, lo si capisce dallo stesso comunicato, che dà conto del colloquio telefonico già intercorso tra l'Ad di Fiat e il premier: «Nell'incontro, ha assicurato il dottor Marchionne, verrà fornito il quadro informativo sulle prospettive strategiche del gruppo Fiat, con particolare riguardo all'Italia».
SARANNO POCHE LE MISURE AD-HOC - Perchè appunto per ora il governo, spiegano da palazzo Chigi, vuole solo «capire la strategia di Fiat, avere con i vertici del Lingotto un'interlocuzione sulla situazione dell'azienda e del mercato, capire dove sono i problemi. Poi dal colloquio potrà emergere cosa si può fare, se ci sono alcuni aspetti sui quali il governo può agire». In ogni caso, altre fonti di governo chiariscono che «al momento gli argomenti per convincere la Fiat a restare al di là della sua volontà sono pochi, se non l'impegno del governo a migliorare la produttività e la competitività dell'intero Paese, e quindi anche a vantaggio della stessa Fiat». Ma insomma, si fa intendere, sono poche le misure ad hoc che l'esecutivo potrebbe mettere in campo, viste anche - si sottolinea - le scarsissime risorse disponibili in questo momento. Anche se fonti del ministero del Lavoro assicurano che «si farà tutto il possibile per convincere la Fiat».
NESSUN DUBBIO SULLA POSIZIONE DEL PREMIER - Chi pure nel governo richiama la Fiat ai suoi «doveri verso il Paese», al «rispetto verso le decine di migliaia di lavoratori coinvolti», appare dunque 'fuori linea' rispetto ai protagonisti della trattativa. Del resto, le parole pronunciate da Monti il 17 marzo, all'indomani del primo incontro a palazzo Chigi con i vertici Fiat, non lasciavano dubbi sulla posizione del premier: «Forse - aveva detto Monti - darebbe soddisfazione a un politico di vecchia maniera poter dire 'ho insistito perchè Fiat sviluppi i suoi investimenti in Italia e si ricordi di aver ricevuto dall'Italia nei decenni passati'. Certo ho detto anche questo ma chi gestisce la Fiat ha il diritto oltre che il dovere di scegliere, per i suoi investimenti, le localizzazioni che ritiene più convenienti». Parole che da palazzo Chigi confermano come tuttora valide.
SOLDI NON CE NE SONO - Insomma, si confida soprattutto sull'intervista rilasciata oggi a Repubblica da Marchionne, in cui l'Ad prometteva che l'azienda resterà in Italia. Ma le possibilità del governo per incentivare una soluzione positiva, spiegano fonti dell'esecutivo, si limitano più che altro al «contesto» cui spesso Monti ha fatto riferimento in questi giorni durante gli incontri con le parti sociali sulla produttività. Perchè soldi, si ribadisce, «non ce ne sono».
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