2 agosto 2021
Aggiornato 06:30
Liquame zootecnico

Arriva la “lavatrice” per i liquami

Prima sperimentazione in Lombardia

Arriva la «lavatrice» per i liquami. Non profumeranno di bucato ma almeno non puzzeranno più come prima, ripuliti anche da quell’azoto che pende come una spada di Damocle sui diecimila allevamenti lombardi alle prese con i limiti europei sui nitrati.

Infatti Bruxelles ha deciso di considerare vulnerabile, ossia più permeabile verso la falda acquifera, il 56 per cento del territorio regionale (mentre è del 34% in Piemonte, del 56,9% in Emilia Romagna e del 61% in Veneto) e in tale fascia vieta di superare i 170 chili di azoto annui per ettaro sparsi con il liquame, che è un concime naturale. E se prima un ettaro poteva assorbire i reflui teorici di 6 mucche, adesso si è scesi a 2. Alla Lombardia, che ha un milione e mezzo di bovini e quattro milioni e mezzo di suini, servirebbe il triplo della superficie agricola esistente.

Le zone che potrebbero avere i problemi maggiori sono: Brescia, Bergamo, Cremona e Mantova. Meno complessa la situazione per Varese, Como, Lecco, il Pavese, parte del Lodigiano e della zona sud del Milanese.

La «lavatrice», costruita dal consorzio Ecogas, separa l’azoto ammoniacale, quello che puzza, per produrre solfato di ammonio (un concime chimico) e stabilizza i liquami, diminuendo le aree necessarie allo spandimento. La sperimentazione, prima in Italia, partirà a metà marzo, presso le aziende Santa Maria di Villanova del Sillaro e le Tre Cascine di Lodi e andrà avanti per un paio di mesi.

«Dobbiamo verificare bene il funzionamento e il consumo di energia, avere i risultati delle analisi di laboratorio, valutare la convenienza economica e ambientale del sistema e anche in che modo quest’ultimo possa essere integrato con altre iniziative sul territorio, come ad esempio gli impianti a biogas. L’obiettivo è trovare la strada migliore per aiutare le aziende agricole» spiega Fabrizio Santantonio, vice presidente e assessore all’agricoltura della Provincia di Lodi.

Lungo circa 7 metri e alto quasi 3, il macchinario può trattare fino a 100 metri cubi di materiale al giorno. Grazie a un brevetto che aumenta l’efficienza abbassando spese e consumo di energia, i costruttori sostengono che dai reflui potrà essere eliminato dal 30 all’80 per cento dell’azoto. Si usa il metodo dello «strippaggio a freddo» con un sistema brevettato per liquami bovini e suini con un collegamento diretto alla vasca dei reflui o a un’autobotte.

Consuma circa 12 chilowatt all’ora di energia pari a 8 euro al giorno. Il processo, che dura un paio d’ore, parte con il carico del materiale da trattare, al quale si aggiunge della calce per alzare il ph (l’indicatore di acidità), con delle sonde che ne verificano i livelli. Viene insufflata dell’aria a circolo chiuso, senza dispersioni in atmosfera, e l’azoto estratto sotto forma di ammoniaca passa in un contenitore di acqua e acido dove si forma il fertilizzante liquido da stoccare nel serbatoio esterno. Rimane quindi il refluo ripulito. A seconda delle dimensioni, il costo della macchina oscilla fra i 20 mila e i 500 mila euro.

«In tre anni si ripaga tutto - sostiene Fulvio Deasmundis, direttore tecnico del consorzio di costruttori –: si può vendere o usare in azienda il concime chimico, non bisogna comprare o affittare terreni per lo spandimento, si può aumentare l’allevamento perché non si superano i limiti europei e il liquame stabilizzato, grazie all’alta percentuale di carbonio, è un buon carburante per impianti a biogas».