14 giugno 2024
Aggiornato 11:00
Corte di Cassazione - Sezione lavoro - sentenza del 3 novembre 2008, n. 26380

Quando la conciliazione sindacale può reputarsi inoppugnabile

L'ammissibilità della richiesta danni degli eredi del lavoratore che ha subito un danno biologico

Con sentenza del 3 novembre 2008, n. 26380 la Sezione lavoro della suprema Corte di Cassazione ha stabilito che l’accordo a fronte di una conciliazione sindacale tra il datore di lavoro ed il lavoratore può contenere una rinuncia del dipendente ai danni derivanti dalla sua malattia professionale e quindi può escludere l’ammissibilità o meno della domanda degli aventi causa del lavoratore deceduto diretta ad ottenere il risarcimento danni.

Infatti la Corte di Cassazione, nella causa per danni promossa dagli eredi di un dipendente, ha accolto, il ricorso incidentale dell’azienda che aveva sostenuto che l’esistenza tra le parti di una conciliazione sindacale che, come la giudiziale, doveva reputarsi inoppugnabile ai sensi dell’articolo 2113, quarto comma, Cc
Dunque per la Corte di Cassazione la sentenza in questione doveva essere cancellata in quanto la Corte di Appello invece di riesaminare come richiesto dalla società il verbale conciliativo, al fine di interpretarne il contenuto, aveva omesso una pronunzia sul punto, anziché decidere se tale conciliazione avesse avuto come fine solo quello di agevolare l’esodo del lavoratore con una somma aggiuntiva ad integrazione del Tfr o avesse avuto, invece, una finalità più ampia ed oggetto più esteso, così da comprendere anche una rinunzia da parte del lavoratore dei danni scaturenti dalla sua malattia, quale il danno biologico subito.
Per la Corte di Cassazione solo all'esito di tale indagine il giudice d'appello avrebbe poi dovuto e potuto accertare la fondatezza delle richieste avanzate dagli attuali ricorrenti principali alla stregua di prove ritualmente e tempestivamente richieste sull'esistenza e/o dell'entità dei danni e della sussistenza degli elementi richiesti per la responsabilità della società Ansaldo; il tutto a seguito di una attenta e compiuta valutazione e verifica di tutte le possibili risultanze istruttorie ed eventualmente anche attraverso una nuova consulenza.

Fatto e diritto
Un lavoratore aveva subito un danno biologico a seguito di malattia professionale da amianto, per la quale era titolare di una rendita.
Gli eredi erano ricorsi alla Corte d'appello contro la sentenza del Tribunale, che aveva respinto sia la domanda di condanna della società a risarcire loro, iure hereditatis, il danno in vita subito dal loro dante causa, già dipendente della società convenuta, nonché la domanda di risarcimento del danno da essi subito a seguito del decesso - dovuto a mesotelioma pleurico.
La Corte d’Appello rigettava l'appello e compensava le spese di lite. Nel pervenire a tale conclusione il giudice d'appello osservava che pur essendo pacifica tra le parti l'esposizione ad amianto subita dal dipendente della società e pur essendo stata riconosciuta dall'INAIL l'origine professionale della malattia dallo stesso subita era però emerso dalle risultanze istruttorie che il dipendente aveva svolto attività lavorativa comportante esposizione saltuaria ad amianto per due anni e mezzo presso altra società e per otto anni e mezzo alle dipendenze della società dove aveva lavorato e chiamato in causa, ma non era stato possibile accertare l'entità di tale esposizione, ritenuta peraltro non determinante essendo sufficiente alla insorgenza del mesotelioma pleurico una esposizione anche modesta e non duratura.
Il consulente d'ufficio aveva inoltre chiarito che non essendo nota una soglia «non rischiosa» di esposizione, nel caso - come quello in esame - di attività lavorativa spiegata in diverse sedi ugualmente potenzialmente dannose, non possono essere stabilite inequivocabilmente quote parti di rischio. In altri termini, non può stabilirsi con certezza se più esposizioni abbiano concorso in diversa misura al complessivo rischio cancerogeno ed abbiano, quindi, concorso all'induzione e promozione della neoplasia, oppure se una sola delle esposizioni identificate o ipotizzate sia stata quella determinante ai fini della insorgenza della neoplasia stessa, anche se doveva riconoscersi una probabile maggiore responsabilità della società convenuta rispetto alla prima società in alla luce della diversa durata dell'esposizione. Su tali premesse, la Corte d’Appello ha concluso che le conclusioni del consulente non consentivano di affermare con ragionevole certezza il nesso di causalità tra l'attività lavorativa prestata alle dipendenze della società convenuta e l'insorgenza del mesotelioma.
La società convenuta presente allora un ricorso incidentale.

La decisione della Corte di Cassazione
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso incidentale della società convenuta in quanto la Corte di Appello, in luogo di riesaminare, come richiesto dalla stessa società, il verbale di conciliazione sindacale al fine di interpretare detta conciliazione intervenuta, ha omesso una pronunzia sul punto.
Per la Corte di Cassazione la Corte di Appello avrebbe invece dovuto stabilire se detta conciliazione avesse avuto come fine solo quello di agevolare l'esodo del lavoratore con una somma aggiuntiva ad integrazione del t.f.r. o avesse, invece, avuto una finalità più ampia ed un più esteso oggetto sì da comprendere anche una rinunzia da parte del lavoratore dei danni scaturenti dalla sua malattia, quale il danno biologico subito. Specificazione questa che - tenendo presente che gli attuali ricorrenti principali hanno chiesto i danni iure hereditatis ed iure proprio - appariva preliminare al successivo esame sulla ammissibilità (o meno) in tutto o in parte della domanda degli aventi causa rivolta al risarcimento dei danni richiesti
Per la Corte di Cassazione solo all'esito di tale indagine il giudice d'appello avrebbe poi dovuto e potuto accertare la fondatezza delle richieste avanzate dagli attuali ricorrenti principali alla stregua di prove ritualmente e tempestivamente richieste sull'esistenza e/o dell'entità dei danni e della sussistenza degli elementi richiesti per la responsabilità della società Ansaldo; il tutto a seguito di una attenta e compiuta valutazione e verifica di tutte le possibili risultanze istruttorie ed eventualmente anche attraverso una nuova consulenza.
Per concludere la sentenza impugnata va cassata in relazione al ricorso incidentale accolto ed il ricorso principale va conseguentemente assorbito ed ai sensi dell'art. 384 c.p.c. essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto la causa va rimessa ad altra Corte d'appello.
La Corte riunisce i ricorsi, accoglie il ricorso incidentale e dichiara assorbito quello principale, cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese ad altra Corte d'appello.

Quando la conciliazione sindacale può reputarsi inoppugnabile