7 ottobre 2022
Aggiornato 01:00
Età pensionabile delle donne

Piccinini (CGIL): «Non condivido giudizio Ue su età donne»

«Difesa governo insufficiente e inefficace»

«Non sono soggetta a contestare le sentenze, ma non condivido il giudizio espresso dalla Corte di Giustizia Europea in materia di età pensionabile delle donne pubbliche dipendenti e ritengo che la difesa espressa dal nostro Governo circa la validità del sistema pensionistico italiano sia stata insufficiente e inefficace». È quanto afferma la segretaria confederale della Cgil, Morena Piccinini, in merito alla sentenza della Corte di giustizia di Lussemburgo che ha condannato l'Italia per la norma, considerata discriminatoria, che prevede per i dipendenti pubblici un’età pensionabile più bassa per le donne.

«E’ singolare - aggiunge - che venga interpretata come discriminatoria nei confronti delle donne,una norma pensata e voluta per agevolare le donne stesse offrendo loro una opportunità in più. Tale è la normativa italiana. Non è vero che le donne del settore pubblico, così come quelle del settore privato, siano costrette al pensionamento al raggiungimento dei 60 anni». Ma, rilancia Piccinini, «è vero il contrario, e cioè che la parità di trattamento è garantita dalla possibilità per la donna di lavorare fino a 65 anni (non a caso questa disposizione è stata introdotta proprio con la legge di parità del 1977) fatta salva la possibilità di scegliere di anticipare il pensionamento a 60 anni».

Inoltre, continua la sindacalista, «se l’età reale di pensionamento delle donne è più alta rispetto a quella degli uomini, ciò significa che gli uomini, nonostante un’età legale più alta, accedono al pensionamento di anzianità prima delle donne costrette ad arrivare all’età pensionabile». Pertanto, «se si affermasse un’unica età pensionabile a 65 anni, questa andrebbe esclusivamente a svantaggio delle donne, impedite in larghissima maggioranza all’accesso alla pensione di anzianità e costrette ad un’unica uscita ben dopo gli uomini medesimi. E’ questa la parità che si vuole? Questa sarebbe solo una ulteriore penalizzazione che si sommerebbe a quelle già presenti nel mercato del lavoro e nella precarietà delle carriere».

Anche la Cgil ritiene che «ci sia un problema nella legislazione attuale: consiste nella eliminazione di fatto della flessibilità in uscita per uomini e donne che era stata introdotta dalla riforma previdenziale del 1995. Quella flessibilità eliminata dal precedente Governo Berlusconi che avevamo ottenuto venisse reintrodotta con il Protocollo del 23 luglio del 2007 ma che il governo attuale non ha ancora attuato». Per Piccinini, «la flessibilità in uscita è l’unico strumento valido, che deve essere riaffermato, per coniugare una reale parità di trattamento tra uomo e donna con l’esercizio delle opportunità individuali e della libertà di scelta, ma è anche - conclude - l’unico strumento che permette un vero innalzamento delle età medie del pensionamento».