11 dicembre 2019
Aggiornato 10:00

«La F1 è il Mondiale del riciclaggio di denaro sporco»: un'inchiesta fa tremare il circus

Ventitré procure italiane indagano: è caccia a 80 milioni di fondi neri. Le sponsorizzazioni incriminate riguardano anche piloti di primo piano come Massa

Una fase di gara dell'ultimo Gran Premio dell'Azerbaigian di F1
Una fase di gara dell'ultimo Gran Premio dell'Azerbaigian di F1 Pirelli

ROMA – C'è un'inchiesta partita dall'Italia, ma che fa tremare l'intero mondo della Formula 1. L'accusa, infatti, è pesantissima: quella di nascondere dietro alle sponsorizzazioni del Mondiale a quattro ruote l'intenzione occulta di riciclare denaro sporco e di truffare l'Erario. I numeri sono imponenti e, da soli, bastano a intuire la portata dello scandalo: ventitré procure coinvolte (capitanate, per motivi territoriali, da quella di Monza dove si svolge il Gran Premio d'Italia), sei anni d'indagine, un centinaio di aziende esaminate, 82 persone iscritte nel registro degli indagati, cinque imprenditori arrestati con l'accusa di riciclaggio e frode fiscale, e soprattutto un presunto giro di fondi neri che si aggirerebbe intorno agli 80 milioni di euro. Cifre enormi, ma che riguarderebbero soltanto il versante nostrano del circus: il sistema, che sarebbe tuttora attivo, verrebbe poi replicato praticamente in tutti i Paesi occidentali dove si svolgono i Gran Premi. «Quella che abbiamo messo a fuoco – ha rivelato una fonte vicina all'inchiesta al quotidiano Repubblica, che ha reso noto per primo l'esistenza di questo fascicolo – era solo la parte italiana. Ma lo schema si è replicato a livello internazionale, anche per somme più alte. La Formula 1 si potrebbe definire come il campionato mondiale del riciclaggio».

Volti noti
Ma l'aspetto più pesante per il mondo delle corse è che, tra i nomi lambiti dalle inchieste, ce ne sono anche di pesantissimi: alcune delle sponsorizzazioni sospette riguardavano infatti piloti come Felipe Massa e perfino il povero Jules Bianchi, il giovane francese del vivaio Ferrari che perse la vita in un incidente in pista nel 2015 al volante della Marussia. Proprio il loro manager Nicolas Todt, figlio del presidente della Fia Jean, è stato ascoltato dai magistrati: in qualità di testimone, non di indagato, perché in quanto residente all'estero non avrebbe comunque commesso eventuali reati in Italia. Ma tra gli sponsor incriminati di Bianchi c'era invece proprio un'azienda di moda del nostro Paese, che con una triangolazione di contratti che passava per scatole vuote in Inghilterra, finì per piazzare il proprio marchio sul casco del pilota per ben 1.250.000 euro. «Un costo spropositato – ha ammesso lo stesso Todt secondo Repubblica – in quanto Bianchi era un pilota giovane e la Marussia il team più piccolo della Formula 1. In base alla mia esperienza, con questo importo in Formula 1 si riesce a mettere il marchio di uno sponsor sul musetto della macchina. Il marchio messo sul casco avrebbe potuto avere un valore di mercato tra i 50 ed i 100 mila euro». Il meccanismo era (e sarebbe ancora oggi) questo, replicato decine di volte, per decine di piloti, in decine di squadre, da decine di aziende di paesi diversi. Si può dunque solo immaginare la portata di questo scandalo, che potrebbe travolgere anche qualche personaggio ai piani alti della Formula 1, che non poteva non sapere.