28 settembre 2020
Aggiornato 19:30
Calcio - Serie A

Berlusconi, dov’è finito il dna Milan?

Ci si continua ad interrogare sui perché dell’ennesimo fallimento in Casa Milan. Brocchi parla di dna Milan da ritrovare, ma perché tutto ciò accada serve una sterzata importante da parte della società, tale da ricreare quell’atmosfera che si respirava a Milanello fino a qualche anno fa.

MILANO - Sono state due le frasi illuminanti di giornata. Due pensieri che, in maniera trasversale e forse inconsapevole, hanno fatto definitivamente luce sui problemi che affliggono il club di via Aldo Rossi da più di qualche anno a questa parte. Il primo input è arrivato da un uomo Milan, il tecnico della Primavera rossonera e da molti indicato come allenatore della prima squadra nella prossima stagione, Cristian Brocchi: «Io parto dal presupposto che un calciatore che veste la maglia del Milan debba essere carico a prescindere. Quando giocavo io c'era questa voglia in ogni singolo giocatore, faceva parte del nostro Dna».

Il microchip della Juventus
A fare da contraltare alle parole di Brocchi, ecco quelle del terzino brasiliano della Juventus Alex Sandro, pronto a spiegare il miracolo bianconero a tutto il mondo del calcio: «Ciò che mi ha subito colpito positivamente della Juve è stata la mentalità vincente - il pensiero dell’esterno mancino a Globoesporte -. Qui è come se ti impiantassero un chip appena arrivato. Questo è un grande club, c'è comunicazione e l’ambiente è molto unito. Dai compagni al tecnico e allo staff, mi hanno tutti aiutato a inserirmi a rapidamente».

I racconti dei rossoneri del passato
Nessuno si azzardi a domandare «embè, che c’entra tutto questo con la crisi rossonera?», perché la risposta è chiara, lampante, sotto gli occhi di tutti. La Juventus di oggi rappresenta esattamente quello che era il Milan fino a qualche anno fa, quel Milan raccontato con la partecipazione di chi l’ha vissuto da Cristian Brocchi. Tutti i calciatori che sono passati a Milanello, almeno fino a 4-5 anni fa, vi descriveranno lo stesso tipo di emozione. E nessuno sarà in grado di spiegare il perché i protagonisti di adesso non riescano più ad annusare quell’atmosfera magica che si respirava un tempo.

L’odore del fallimento
La ragione è semplice: quell’atmosfera non esiste più, è evaporata, svanita, dissolta, esattamente come la voglia del presidente Berlusconi di investire ancora nel Milan e come la capacità di Galliani di mettere a segno dei colpi da condor sul mercato.
I nuovi calciatori che arrivano oggi in rossonero non si inebriano, come succedeva un tempo, con l’afrore magico dei successi, dei trionfi, dello strapotere economico, tecnico e mentale. Chi sbarca oggi a Milanello annusa immediatamente l’olezzo mefitico del fallimento, del disarmo, dell’abbandono, dell’improvvisazione, dell’assoluta incapacità di programmare. Ne viene permeato fino al midollo e gli effetti nefasti si vedono in campo, quando spesso e volentieri undici zombie in maglia rossonera vagano per il campo senza sapere bene cosa fare e perché.

Ricostruire per ricominciare
Inutile girarci attorno, l’allenatore di turno a Milanello non potrà mai fare nulla per debellare quest’aria funesta di depressione. Nemmeno il più grande guru della panchina potrà mai fare quello che invece toccherebbe alla società. Ristabilire l’ordine delle cose, ricostruire passo dopo passo un Milan vincente, fare sentire ai tesserati tutto il potere e la forza del club, ecco cosa potrebbe restituire ai nuovi calciatori rossoneri il famoso dna Milan. Altrimenti saremo costretti ad assistere ancora a lunghissime e mortificanti annate di fallimenti, mentre intanto a distanza di poche centinaia di km installano quei microchip che una volta erano in vendita solo a Milanello.