24 luglio 2021
Aggiornato 19:00
Il 25enne pilota francese rimane in coma

Jules Bianchi, sei mesi dopo l'incidente la famiglia attende il miracolo

Papà Philippe racconta la lenta guarigione e l'interminabile attesa del risveglio: «Una tortura quotidiana, peggio che se fosse morto». Nemmeno l'inchiesta della Federazione ha fatto giustizia: «I responsabili dovranno pagare, un giorno»

NIZZA – La buona notizia è che Jules Bianchi di progressi, lenti ma costanti, continua a farli, tenendo viva la speranza che il giovane pilota francese possa un giorno risvegliarsi dal coma. «Per questo tipo di traumi, sappiamo che l'evoluzione è molto lenta – racconta papà Philippe al quotidiano locale Nice Matin – Ma rispetto a quello che ci disse il professore giapponese che lo operò, siamo già passati dalla notte al giorno. Quando andammo a visitarlo, non ci diedero speranze. Si parlava di danni irreversibili. Ci disse che non poteva essere trasferito prima di un anno, invece ci riuscimmo dopo sette settimane, poiché ha rapidamente ricominciato a respirare da solo. Ora, i medici ci dicono che non possono attuare interventi specifici. La cosa più importante è stimolarlo così da fargli sentire la presenza costante al suo fianco. Ogni giorno facciamo i turni: sua mamma, la sua sorella, suo fratello e io. E anche la sua ragazza tedesca, Gina, che ora vive qui».

NESSUN COLPEVOLE – La cattiva notizia è che, sei mesi dopo quel tragico giorno in Giappone, la verità sull'incidente del 25enne francese resta un mistero. La Federazione internazionale mise al lavoro una commissione di dieci persone, tra le quali c'era anche il due volte campione del mondo Emerson Fittipaldi, che produssero in appena un paio di mesi un rapporto di 396 pagine. La colpa, secondo loro, era solo e unicamente di Jules: «Non rallentò abbastanza per evitare di perdere il controllo», sostennero, e per questo finì fuori pista e contro la gru che stava rimuovendo la Sauber di Adrian Sutil ferma nelle vie di fuga. Tutti assolti, invece, i commissari: le procedure che utilizzarono furono ritenute corrette. «Non c'era motivo per mandare in pista la safety car», scrisse la Fia. Una versione di comodo che liquidò la questione lasciando perplessi molti osservatori. E mandando letteralmente su tutte le furie il padre dello sfortunato pilota: «Fu un'indagine interna – commenta oggi – che coinvolse solo i diretti interessati. Se qualcuno è responsabile, un giorno dovrà pagare. Non ho nient'altro da dire al riguardo, sono troppo arrabbiato per parlarne. Preferisco concentrare le mie energie su Jules e sulle bravissime persone che stanno difendendo i suoi interessi».

TERRIBILE ATTESA – I chirurghi, intanto, sostengono di non poter far altro per aiutare la sua guarigione. Non resta che aspettare: «L'unica cosa che possiamo dire è che continua a lottare con la stessa forza con cui ha sempre lottato, prima e dopo l'incidente – prosegue Philippe – Ogni giorno Jules corre una maratona. Dal punto di vista medico, le sue condizioni sono stabili, è piuttosto autonomo, senza problemi fisici. Tutti i suoi organi funzionano senza assistenza. Ma al momento rimane privo di coscienza. Di tanto in tanto, mentre siamo a fianco del suo letto, vediamo qualcosa che a cade: a volte è più attivo, si muove di più, ci stringe la mano. Sono solo riflessi o è vero? Difficile dirlo». Un'attesa inevitabile, che si trasforma però anche in uno stillicidio devastante per la famiglia Bianchi: «Il nostro universo è crollato il 5 ottobre. Prima di quella data, comunicavamo con lui tutti i giorni, al telefono o via messaggio. Poi, in una frazione di secondo, si sono spenti tutti i nostri progetti di vita. Ce la farà? Rimarrà disabile o potrà vivere normalmente? Queste sono domande a cui nessuno può rispondere. Questo tipo di incidenti ti colpisce più duramente di una vera morte. La sofferenza è implacabile, una tortura quotidiana. Ma quelle persone che pensano a lui e pregano per lui ci danno una motivazione favolosa. Sono certo che Jules li senta. E vorrebbe ringraziarli tutti».