6 aprile 2020
Aggiornato 01:00
Scontri olimpico

La verità di De Santis: «Ho fatto fuoco ma non volevo uccidere»

Dopo mesi di schermaglie tra gli avvocati della famiglia Esposito e quelli del presunto killer, Daniele De Santis esce allo scoperto con una lettera che racconta la sua versione dei fatti. Per i magistrati restano ancora molti dubbi sulla reale dinamica dell’accaduto.

ROMA – «Voglio dire che è vero, alla fine i colpi l'ho esplosi io ma senza mirare. Ero pieno di sangue dappertutto. Mi stavano ammazzando punto e basta, sennò non sarei qui vivo, anche se posso perdere la gamba» Con queste parole, crude e asciutte, Daniele De Santis, presunto assassino di Ciro Esposito, in quella maledetta notte della finale di Coppa Italia, racconta la sua versione dei fatti.
Il tentativo di «Gastone» è evidente, puntare sulla legittima difesa, in pratica capovolgendo completamente la prima versione dei fatti, secondo la quale l’ex ultrà romanista, accompagnato da alcuni sodali, avrebbe attaccato con petardi e bastoni, ed alla fine anche una pistola, i pullman dei tifosi partenopei in transito verso l’Olimpico, prima di essere poi aggredito a sua volta ed essere ferito a sangue.

INSEGUITO DA TRENTA PERSONE - Dalla lettera scritta di suo pugno da Daniele De Santis invece appare uno scenario completamente diverso: «Sono uscito dalla Boreale, dove vivo, per chiudere il cancello perché si sentiva un casino di bomboni e fumogeni e dentro stavano giocando i ragazzi. Io non ho tirato nessuna bomba, quando sono uscito ho solo raccolto un fumogeno che stava per terra e l'ho tirato e ho strillato al conducente del pullman di levarsi da là quando ho visto che c'erano già casini. A quel punto mi hanno rincorso in trenta o forse di più e ho provato a scappare e già di spalle mi hanno preso a bastonate, mi hanno dato le prime tre coltellate e bastonate. Poi ho provato a chiudere il primo cancello ma non ci sono riuscito e mi sono rotto la gamba sotto il cancello e hanno continuato comunque. Non volevo uccidere proprio nessuno però purtroppo alla fine un ragazzo è morto. Presto lo spiegherò al giudice quando avrò il processo e quando le cose si saranno calmate».

MI STANNO METTENDO CONTRO UNA CITTÀ - Dalle parole di De Santis emerge non solo il tormento e l’angoscia per quanto accaduto («Prego di credermi che sono davvero disperato per quello che è successo e mi porto dentro tutto il dolore per la morte di Esposito Ciro, spero che continuerete le indagini perché quello che ho detto è la verità»), ma anche e soprattutto la paura per quello che potrebbe ancora accadere: «Dicono che le coltellate me le sono fatte tramite i servizi segreti - continua De Santis facendo riferimento alle evidenti lesioni sul suo corpo -. Hanno detto che volevo aggredire donne e bambini, mai fatto in vita mia. Mi stanno mettendo contro un'intera città come una guerra. Tutte le mie parole su quello che è successo veramente in quei momenti verrebbero usate per far crescere odio fin quando non si scatena qualche pazzo».

ORA TOCCA AGLI INQUIRENTI - A questo punto, malgrado la dichiarazione di De Santis di non essere ancora pronto per un interrogatorio (Gastone si è avvalso finora della facoltà di non rispondere), i pm Albamonte e Di Maio si presenteranno comunque nella struttura ospedaliera di Belcolle a Viterbo, dove l’indagato è ancora ricoverato per le ferite riportate. La sensazione è che gli inquirenti non siano convinti della tesi formulata da De Santis e soprattutto che nessuna aggressione avrebbe potuto giustificare l’esplosione di ben quattro colpi di pistola sparati ad altezza d’uomo, uno dei quali ha ferito a morte Ciro Esposito. Lunedì prossimo appuntamento davanti al gip Giacomo Ebner, al termine del quale forse sapremo qualcosa di più.

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