19 dicembre 2018
Aggiornato 17:00

Creata una mini placenta umana, sarà d’aiuto nel prevenire aborti e altri disturbi riproduttivi

Scienziati britannici hanno creato con successo una «mini-placenta» capace di aprire una finestra sulle prime fasi della gravidanza e favorire la comprensione dei disturbi riproduttivi come il bambino nato morto e l'aborto spontaneo

Gravidanza
Gravidanza (EmiliaUngur | shutterstock.com)

Perché molte gravidanze falliscono o non arrivano a termine? Cosa provoca un aborto spontaneo? Come si possono prevenire e trattare tutte queste situazione e i disturbi riproduttivi? A tutte queste domande non si è mai trovata risposta, fino a oggi. Il problema maggiore è poter studiare cosa accade durante il primo periodo dello sviluppo fetale e umano, dato che non esistono modelli utilizzabili per l’osservazione. E anche gli animali, essendo così diversi dall’uomo, non possono fornire un modello da analizzare. Per ovviare al problema, ricercatori del Regno Unito hanno pensato di sviluppare una ‘mini placenta’ umana. Questa, secondo le intenzioni, dovrebbe poter aprire una finestra sulle prime fasi della gravidanza e contribuire a cambiare la nostra comprensione dei disturbi riproduttivi come la nascita di un bambino morto e l’aborto spontaneo.

Il fallimento della gravidanza
Oggi si ritiene che molte gravidanze falliscano o non arrivino a termine perché l’embrione non si impianta correttamente nell’utero, non riuscendo ad attaccarsi alla placenta della madre. I particolari e cosa accada realmente, però, non si conoscono. «La placenta è assolutamente essenziale per sostenere il bambino mentre cresce all’interno della madre – ha spiegato la dott.ssa Margherita Yayoi Turco, dell’Università di Cambridge nel Regno Unito – Quando non funziona correttamente, può causare seri problemi, dalla preeclampsia all’aborto spontaneo, con conseguenze immediate e permanenti sia per la madre che per il bambino. Ma la nostra conoscenza di questo importante organo è molto limitata a causa della mancanza di buoni modelli sperimentali. Organoidi, spesso indicati come ‘mini-organi’, consentono di approfondire la conoscenza della biologia e delle malattie umane».

Le colture di organoidi
I ricercatori Università di Cambridge stanno già utilizzando colture di organoidi per ‘coltivare’ di tutto: dai mini-cervelli ai mini-fegato ai mini-polmoni e, ovviamente, le mini placente. Gli scienziati sono stati in grado di coltivare organoidi utilizzando cellule di villi prelevate dal tessuto placentare. Questi organoidi del trofoblasto riescono sopravvivere per lungo tempo. Sono geneticamente stabili e si organizzano in strutture simil-villose che secernono proteine ​​e ormoni essenziali. Questi ultimi potrebbero influenzare il metabolismo della madre durante la gravidanza.

La mini placenta
Questi organoidi, hanno osservato gli scienziati, visti da vicino assomigliano alle normali placente del primo trimestre. Gli organoidi si modellano così similmente alla prima placenta che sono in grado di registrare una risposta positiva a un normale test di gravidanza. «Queste mini-placente – commenta il dott. Graham Burton, coautore dello studio – si basano su decenni di ricerca e crediamo che trasformeranno il lavoro in questo campo. Svolgeranno un ruolo importante nell’aiutarci a indagare sugli eventi che accadono durante le prime fasi della gravidanza e che possono avere conseguenze profonde per la salute durante tutta la vita della madre e della sua prole. La placenta – prosegue il ricercatore – fornisce tutto l’ossigeno e i nutrienti essenziali per la crescita del feto, e se non riesce a svilupparsi correttamente, la gravidanza può purtroppo finire con un bambino con basso peso alla nascita o anche con un parto con bambino morto. Inoltre, gli organoidi possono far luce su altri misteri che circondano le relazioni tra la placenta, l’utero e il feto. Gli organoidi – conclude Burton – possono anche essere utilizzati per lo screening della sicurezza dei farmaci da utilizzare all’inizio della gravidanza, per comprendere in che modo le anomalie cromosomiche possono perturbare lo sviluppo normale e possibilmente anche fornire terapie con cellule staminali per le gravidanze non riuscite».

Riferimento: Nature - Margherita Y. Turco et al 'Trophoblast organoids as a model for maternal–fetal interactions during human placentation'.