16 dicembre 2018
Aggiornato 10:30

Alzheimer, in arrivo un promettente vaccino

Dopo i successi ottenuti in diversi studi, si avvicina sempre più la sperimentazione clinica per il vaccino contro l'Alzheimer. Le nuove prove di efficacia

Alzheimer e vaccini
Alzheimer e vaccini (tashatuvango AdobeStock.com)

Dopo il successo ottenuto da diversi studi su modello animale, il vaccino a DNA per la malattia di Alzheimer è sempre più vicino alle prove sugli esseri umani. I trial clinici potrebbero dunque essere la svolta definitiva nella lotta alla devastante malattia degenerativa per cui, lo ricordiamo, a oggi non esiste cura.

Un passo avanti
I ricercatori del Southwestern Medical Center dell’Università del Texas potrebbero essere un passo avanti verso la scoperta di un potenziale ed efficace trattamento della malattia di Alzheimer. La soluzione potrebbe trovarsi in un vaccino monodose che previene l’insorgenza della patologia. Nello studio appena concluso, si è scoperto che il nuovo vaccino a DNA ha dimostrato di ridurre con successo l’accumulo di due proteine ​​tossiche associate alla progressione della malattia di Alzheimer: le placche beta amiloide e i neurofibrillari grovigli Tau.

Il ‘vaccino’
Con il termine ‘vaccino’ ultimamente è divenuto uso indicare i rimedi immunoterapici che stanno avendo un buon successo nel trattamento del cancro e dei tumori. I vaccini in questione sono stati sviluppati affinché stimolino il sistema immunitario ad attaccare proprio le proteine tossiche che hanno un ruolo primario nell’Alzheimer e la degenerazione dei neuroni nel cervello – evitando che questi si accumulino.

Non è una novità
Di per sé, un vaccino che vada a colpire in particolare le placche beta amiloide non è una novità. Già in passato, infatti, si era pensato a questo. Tuttavia, quanto sperimentato in precedenza era stato interrotto, poiché i trial sugli esseri umani condotti nei primi anni 2000 e lo studio di Fase 2 aveva dato dei problemi con un piccolo numero di partecipanti che hanno sviluppato meningoencefalite, un pericoloso tipo di gonfiore al cervello. Così, da allora, i ricercatori hanno lavorato con maggiore cautela nello sviluppare forme di immunoterapia che fossero più sicure e più efficaci. L’intento è quello di bloccare l’aggregazione delle proteine ​​tossiche evitando gli eventi avversi osservati negli studi precedenti.

Il nuovo approccio
A differenza dell’approccio precedente, chiamato immunizzazione passiva, che dava maggiori problemi ed era caratterizzato da un processo più lungo e costoso, il nuovo approccio sperimentato dal dottor Roger Rosenberg, direttore fondatore dell’Alzheimer’s Disease Center di UT Southwestern, è stato chiamato immunizzazione attiva. Detto processo coinvolge il metodo più tradizionale di somministrazione di un vaccino che stimola il sistema immunitario a produrre i propri anticorpi.

Il nuovo vaccino
Il dott. Rosenberg e colleghi hanno lavorato per oltre un decennio sul nuovo vaccino. Questo si basa sulla codifica del DNA per le proteine ​​tossiche. Il concetto di un vaccino basato sul DNA è ancora relativamente nuovo, ma le prime ricerche hanno dimostrato che la tecnica è potenzialmente efficace nell’indurre una risposta immunitaria, evitando l’infiammazione autoimmune negativa riscontrata nelle ricerche precedenti. Nella fattispecie, in questo studio si è osservato che i risultati sono maggiormente positivi, e si ottiene una significativa riduzione dei livelli di amiloide e Tau nei modelli murini. Inoltre, il vaccino non induce effetti infiammatori negativi e, in più, è il primo trattamento mirato allo stesso tempo sia per le patologie amiloidi che per quelle tau.

La somministrazione
Quanto alla somministrazione del vaccino, anziché utilizzare il metodo classico – ossia tramite iniezione intramuscolare – sembra essere molto più sicuro da somministrare nelle cellule superficiali della pelle. Questa via alternativa di vaccinazione può essere la chiave per evitare alcune delle risposte autoimmuni più negative osservate negli studi precedenti. «Questo studio – spiega il dott. Rosenberg – è il culmine di un decennio di ricerca che ha ripetutamente dimostrato che questo vaccino può colpire in modo efficace e sicuro nei modelli animali ciò che pensiamo possa causare la malattia di Alzheimer. Credo che ci stiamo avvicinando a testare questa terapia nelle persone».

Il problema dell’accumulo
Come suggerito da precedenti ricerche, e sostenuto da diversi scienziati, il maggior problema è l’accumulo delle proteine tossiche – che potrebbe limitare o bloccare l’efficacia del vaccino. Per questo, anche lo stesso Rosemberg ritiene che il vaccino possa essere efficace quale preventivo, piuttosto che combattere la malattia o un accumulo già presenti. «Più aspetti, meno effetti si avranno – sottolinea Rosenberg – Una volta che le placche e i grovigli si sono formati, potrebbe essere troppo tardi». Altro ostacolo è la possibilità che oggi si ha di diagnosticare la malattia di Alzheimer nelle primissime fasi. Questa è infatti ancora limitata, per cui non si hanno parametri che sapere se si è ancora in tempo o meno per somministrare il vaccino.

Riferimento: Alzheimer’s Research & Therapy - UT Southwestern Medical Center.