15 dicembre 2018
Aggiornato 14:00

Occhio ai livelli di calcio, predicono il rischio di malattia coronarica e infarto

Nuove evidenze dimostrano che i livelli di calcio coronarico rappresentano un migliore predittore di malattia coronarica e infarto

Calcio coronarico e rischio infarto
Calcio coronarico e rischio infarto (hriana | shutterstock.com)

Ci sono diversi modi per valutare il rischio di malattia coronarica, di infarto o la presenza di arterie ostruite. Uno di questi, ritenuto tra i più affidabili, è testare i livelli di calcio coronarico. A ribadirlo è uno studio presentato alla American Heart Association Scientific Session di Chicago, che ha rilevato come testare i livelli di calcio coronarico di un paziente sia un migliore predittore di arterie coronarie bloccate a rischio di infarto e la necessità di rivascolarizzazione rispetto alle equazioni standard di valutazione del rischio utilizzate oggi nella pratica medica.

Una malattia anatomica
«Con il calcio coronarico, stiamo osservando un marker che indica l’effettiva presenza di una malattia anatomica: non stiamo solo considerando le probabilità di malattia sulla base dei fattori di rischio standard di un paziente – ha spiegato il dott. Jeffrey L. Anderson, cardiologo e ricercatore cardiovascolare presso l’Intermountain Medical Center Heart Institute di Salt Lake City – I fattori di rischio sono degni di nota, ma non dicono se hai effettivamente la malattia». E in questi casi è fondamentale poter avere un quadro chiaro, dato che determinare in modo standard chi è più a rischio (come si fa ancora oggi) non è la condizione ottimale, ricorda il ricercatore. A maggior ragione se si considera che le malattia cardiovascolari sono e rimangono la principale causa di morbilità e mortalità nei Paesi occidentali.

I test
Per valutare l’affidabilità dei nuovi test, i ricercatori dell’Intermountain Medical Center Heart Institute, che fa parte del sistema Intermountain Healthcare, hanno identificato 1.107 pazienti sintomatici che si sono presentati al sistema sanitario senza alcuna malattia coronarica nota e che hanno effettuato un test PET-stress per misurare il flusso coronarico, condotto come parte della loro valutazione diagnostica. Il test PET/CT ha anche permesso di misurare un punteggio di calcio coronarico. Sulla base del punteggio di calcio coronarico e dei fattori di rischio standard documentati nelle loro cartelle cliniche, sono stati calcolati tre diversi punteggi di rischio di malattia cardiovascolare aterosclerotica: l’equazione di coorte standard raggruppata (basata sui fattori di rischio tradizionali), il punteggio del rischio multietnico di aterosclerosi (MESA) – che combina il calcio coronarico e fattori di rischio tradizionali – e il punteggio del calcio coronarico da solo.

La valutazione
I ricercatori hanno rintracciato i pazienti per identificare chi, in base ai risultati della scansione PET  che suggerivano un’arteria bloccata, era passato alla rivascolarizzazione – ossia l’applicazione di uno stent coronarico o un intervento chirurgico di bypass – e chi ha avuto un successivo infarto o è morto durante i due anni successivi. Da questa analisi, Anderson e colleghi hanno scoperto che le equazioni di rischio che includevano le misurazioni del calcio dell’arteria coronaria, ovvero il punteggio MESA e il punteggio di rischio di calcio coronarico, erano maggiormente in grado di predire la presenza di una malattia coronarica sintomatica che richiedeva rivascolarizzazione rispetto all’equazione di coorte raggruppata, che si basa solo sul rischio standard fattori quali età, genere, pressione sanguigna e misurazioni del colesterolo.

Le predizioni
Dopo che i risultati della scansione PET sono stati applicati, tutte e tre le equazioni hanno avuto un discreto successo nel determinare chi oltre due anni di follow-up avrebbe continuato a morire o avere un infarto, hanno osservato i ricercatori. Determinante in questo è stato il caso di 29 pazienti che non hanno mostrato calcio dell’arteria coronaria: di questi, nessuno ha avuto problemi cardiaci maggiori nel periodo di tempo monitorato. «Il calcio nell’arteria non indica l’estensione della placca morbida, ma segnala che la malattia è presente – ha sottolineato Anderson – Questi risultati ci dicono che il calcio coronarico aggiunge importanti stime di probabilità».

Riferimento: Intermountain Medical Center.