16 dicembre 2018
Aggiornato 10:00

Vivere da soli aumenta del 40% il rischio di demenza

Un nuovo studio mostra che la solitudine aumenta in modo significativo il rischio di demenza, anche se si hanno relazioni sociali

Solitudine
Solitudine (Flegere | shutterstock.com)

Vivere da soli, essere single oggi è un po’ di moda. Ma la solitudine pare abbia il suo prezzo. Secondo infatti uno nuovo studio condotto dai ricercatori del College of Medicine della Florida State University (FSU) vivere da soli aumenta di ben il 40% il rischio di sviluppare la demenza. E questo rischio si applica a tutti i dati demografici, compresi genere, razza, etnia o istruzione, nonché se la persona ha comunque contatti sociali con amici e familiari.

La solitudine
Non è il titolo di una canzone in questo caso, ma una condizione di vita che pare sia deleteria per la salute di mente e cervello. Lo dimostrano i risultati di questo studio pubblicato sul Journals of Gerontology. «Non siamo le prime persone a dimostrare che la solitudine è associata a un aumentato rischio di demenza – ha dichiarato in una nota la dotto.ssa Angelina Sutin, professore associato del Dipartimento di Scienze del comportamento e medicina sociale della FSU e autore principale dello studio – Ma questo è di gran lunga il più grande campione finora ma considerato, con un lungo follow-up, in cui la popolazione era più diversificata».

Lo studio
La dott.ssa Sutin e colleghi hanno analizzato i dati relativi a oltre 12mila partecipanti. Dati che erano stati raccolti come parte dell’University of Michigan Health and Retirement Study of Americans su soggetti di 50 anni e più e i loro coniugi, sponsorizzato dall’Istituto nazionale per l’invecchiamento e l’amministrazione della sicurezza sociale.

Il metodo e i risultati
Tutti i partecipanti allo studio hanno raccontato della loro vita da soli e dell’isolamento sociale. Poi sono stati oggetto di studio e test cognitivi ogni due anni e fino a 10 anni dopo i loro rapporti circa la solitudine. Durante lo studio, 1.104 persone hanno sviluppato demenza. «Penso che questo studio si aggiunga alla letteratura sottolineando l’importanza dei fattori psicologici e di come gli individui interpretano soggettivamente la propria situazione – ha sottolineato Sutin – Ciò è ugualmente importante e separato da ciò che misuriamo oggettivamente, oltre a dare credibilità all’idea di chiedere alle persone come si sentono riguardo alle cose: in questo caso, come si sentono riguardo alle loro interazioni sociali».

I fattori di rischio
Secondo i ricercatori, e in base a quanto emerso dallo studio, le persone che si sentono sole sono suscettibili di avere diversi fattori di rischio per la demenza. Tra questi fattori vi sono diabete, ipertensione e depressione. Inoltre, è probabile che siano fisicamente poco attivi e più propensi a fumare. Tuttavia, se si poteva pensare che la demenza colpisse soltanto coloro che presentavano questi fattori di rischio, l’essere da soli prevedeva ancora l’insorgere della demenza anche dopo l’aggiustamento per quei rischi.

I distinguo
Commentando i risultati dello studio, i ricercatori hanno precisato che la definizione di solitudine, si riferisce a quella che è «l’esperienza soggettiva dell’isolamento sociale», che differisce dall’effettivo isolamento sociale. «È una sensazione del non sentirsi adatti o non appartenere a un gruppo sociale – precisa Sutin – Può esserci qualcuno che vive da solo, che non ha molti contatti con le persone, ma ne ha a sufficienza, e che soddisfa il proprio bisogno interiore di socializzazione. Quindi, anche se oggettivamente potresti pensare che quella persona sia socialmente isolata, lei non si sente sola». Al contrario, rimarcano i ricercatori, molte persone possono essere socialmente impegnate e interattive e sentirsi ancora come se non appartenessero a un gruppo. «Dall’esterno sembra che tu abbia un grande impegno sociale, ma la sensazione soggettiva è che non fai parte del gruppo», conclude Sutin, che ricorda come la solitudine sia un fattore di rischio modificabile.