15 dicembre 2019
Aggiornato 11:30
L’origine della cattiveria

La cattiveria è dentro di te: ecco gli anticorpi che ti trasformano in un assassino

Una recente ricerca scientifica condotta in Norvegia ha dimostrato che trasferendo alcuni anticorpi in un individuo «normale», si trasforma in un assassino

La cattiveria? E' una questione di anticorpi
La cattiveria? E' una questione di anticorpi Shutterstock

Ci sono persone più brave, altre che si sottomettono frequentemente e altre ancora che sono molto cattive. Non importa chi tu sia o cosa tu stia facendo, in certi individui la loro ira e la loro malvagità può distruggerti in qualsiasi momento. Il perché si comportino così è un mistero. Seppur è vero che l’esperienza forgia un uomo, è anche vero che ci sono persone che hanno subito atti di violenza senza per questo trasformarsi in mostri. Cosa, dunque, ci fa appartenere a quell’ampio gruppo di buoni o cattivi? Il nostro modo di pensare, o qualcosa che si trova all’interno del nostro corpo? Gli scienziati hanno trovato una risposta sorprendente.

Le proteine assassine
Un esperimento insolito quello di alcuni scienziati norvegesi che hanno voluto provare a fare un semplice test: trasformare una persona buona in una cattiva attraverso un semplice trapianto di una sostanza proteica. E dai loro risultati è accaduto qualcosa che non avrebbero mai sperato: l’esperimento ha funzionato perfettamente e i topi che prima avevano un comportamento normale si sono trasformati in individui malvagi.

Impulsi assassini
Le proteine prelevate da un uomo dal comportamento cattivo e trasferite in un topo buono, hanno trasformato quest’ultimo in un animale pericoloso. Le proteine, quando scorrevano nei cervelli dei roditori, infatti, avevano permesso di ereditare degli impulsi assassini. Ma non solo: ereditavano il modo di fare a seconda del topo da cui erano stati prelevati. Potevano così diventare in breve tempo anche degli stupratori. Orologi alla mano, diventavano molto più veloci – rispetto a prima – a litigare con qualcuno che avevano accanto e meno di un quarto del tempo ad attaccare intrusi.

Una sostanza coinvolta nello stress
La sostanza che gli scienziati hanno prelevato e trasferito, è in realtà un anticorpo coinvolto nella risposta allo stress. E probabilmente questa è la chiave per comprendere cosa c’è dietro il nostro comportamento aggressivo o tranquillo. Per arrivare a simili conclusioni, gli scienziati hanno prelevato alcuni anticorpi che interferiscono con la produzione di cortisolo da 16 criminali imprigionati per omicidio, reati sessuali o aggressioni fisiche. Ai topi sono stati iniettati, in sintesi, degli autoanticorpi che reagiscono contro l'ormone adrenocorticotropo (ACTH), prodotto dalla ghiandola pituitaria. La sua funzione principale è quella di stimolare la produzione e il rilascio di cortisolo, conosciuto anche con il nome di ormone dello stress.

Le differenze
Gli scienziati avevano già rilevato delle differenze tra gli anticorpi presenti nei criminali rispetto a quelli che si trovavano nelle persone che non lo erano. Secondo quanto raccontato dai ricercatori, la differenza più importante è stata evidenziata quando sono stati iniettati nei topi gli anticorpi e poi sono stati posti dei topi nella loro gabbia. «Il residente avrebbe attaccato il topo molto velocemente», ha dichiarato al The Times Sergueï Fetissov, dell'ospedale universitario di Akershus. «Gli anticorpi possono predisporre le persone a comportamenti aggressivi. Ma non sappiamo perché gli anticorpi differiscono in questi gruppi», spiega Fetissov. Per trarre conclusioni più specifiche bisognerebbe ripetere lo studio su un numero maggiore di individui. Per esempio, bisognerebbe verificare se esistono persone che possiedono tali anticorpi ma non manifestano un comportamento violento. I risultati dello studio sono stati pubblicati su Proceedings of the National Academy of Sciences.

Fonti scientifiche

[1] Autoantibodies reactive to adrenocorticotropic hormone can alter cortisol secretion in both aggressive and nonaggressive humans - Henning Værøy, Csaba Adori, Romain Legrand, Nicolas Lucas, Jonathan Breton, Caroline Cottard, Jean-Claude do Rego, Céline Duparc, Estelle Louiset, Hervé Lefebvre, Pierre Déchelotte, Elin Western, Stein Andersson, Tomas Hökfelt, and Sergueï O. Fetissov - PNAS June 25, 2018. 201720008; published ahead of print June 25, 2018. https://doi.org/10.1073/pnas.1720008115 - Contributed by Tomas Hökfelt, April 4, 2018 (sent for review November 22, 2017; reviewed by Stefan R. Bornstein, Jordan D. Dimitrov, and Brian C. Trainor)