22 ottobre 2019
Aggiornato 05:30
Ignoranza o conoscenza?

Preferisci sapere la verità o rimanere nell’ignoranza? Ecco perché (a volte) gli esseri umani fanno gli struzzi

Scienziati scoprono perché a volte preferiamo rimanere nell’ignoranza piuttosto che sapere la verità

Ecco perchè a volte nascondiamo la testa sotto la sabbia
Ecco perchè a volte nascondiamo la testa sotto la sabbia Shutterstock

Ogni momento della nostra vita è contraddistinto da una scelta. Non si tratta davvero di cosa si può davvero fare o cosa si può dire, ma se ci pensiamo bene tutto ciò che facciamo è determinato da una precedente scelta. Il fatto che noi consideriamo certe azioni obbligate è solo un nostro modo di vedere le cose. E questo vale anche per la conoscenza. Ci sono volte in cui vorremmo soddisfare la nostra sete di conoscenza e altre che, al contrario, vorremmo beneficiare della beata ignoranza. Ma come facciamo a optare per una o l’altra soluzione? La spiegazione arriva direttamente dagli esperti della UCL Experimental Psychology.

Una questione di algoritmo
Proprio come Google, anche il nostro cervello utilizza determinati algoritmi per fare scelte bene precise. Secondo quanto è emerso da una ricerca condotta dagli psicologi dell’UCL, il nostro cervello sfrutta l’architettura neurale per valutare le opportunità, per esempio la ricompensa in cibo o denaro. I risultati della ricerca hanno anche evidenziato che le persone sono disposte a spendere denaro sia per ottenere una conoscenza anticipata, sia per fare esattamente l’opposto: rimanere all’oscuro di un evento (negativo) imminente.

La ricerca della conoscenza
«La ricerca della conoscenza è una caratteristica fondamentale della natura umana, tuttavia, nelle questioni che vanno dalla salute alla finanza, le persone scelgono talvolta di rimanere ignoranti. La nostra ricerca mostra che il circuito di ricompensa del cervello tratta selettivamente l'opportunità di acquisire conoscenze sui futuri risultati favorevoli, ma non i risultati sfavorevoli, come ricompensa in sé per sé, spiegando perché la conoscenza potrebbe non essere sempre preferita», spiega il dottor Tali Sharot dell’UCL Experimental Psychology).

Lo studio
Durante lo studio gli esperti hanno arruolato 62 partecipanti che dovevano svolgere un compito informatico. A ogni partecipante è stato chiesto se voleva avere a disposizione informazioni o, al contrario, volevano rimanere ignoranti. L’argomento in questione era l’esito delle lotterie che presentava una combinazione di probabilità favorevoli (alta probabilità di vincita) o sfavorevoli (alta probabilità di perdere). La lotteria doveva esser giocata indipendentemente dalla loro scelta e tutti avrebbero ricevuto il pagamento in contanti in caso di vincita.

Sistema di ricompensa
Gli studiosi hanno anche monitorato l’attività cerebrale dei partecipanti allo studio grazie a una scansione. Dai risultati è emerso che quando si presentava l’opportunità di riceve informazioni su buone lotterie l’attività di ricompensa del cervello veniva attivata in determinate aree (il nucleo accumbens e l'area ventrale tegmentale). L’attività cerebrale presentava uno schema simile a quello osservato in risposta a ricompense materiali. Ciò che più ha sorpreso i ricercatori è che il segnale cerebrale era indipendente dalla risposta (cerebrale) osservata nel momento in cui i partecipanti scoprivano se avessero vinto o perso alla lotteria. «Quando ai partecipanti veniva detto che stavano per ottenere informazioni, più informazioni trasmettevano ipoteticamente buone notizie, più era probabile osservare una firma neurale tipica dell'elaborazione della ricompensa», spiega Sharot.

Comportamenti tipici
«I risultati possono aiutare a spiegare perché le persone sono più propense a controllare i loro conti bancari quando ritengono che il loro valore sia aumentato e meno probabile che lo facciano quando sospettano che sia andato giù», continua Sharot. «I nostri risultati sono coerenti con la teoria secondo cui le credenze hanno utilità in sé e per sé. Questo significa che credere che qualcosa accadrà ha il potere di influenzarci in modo positivo e negativo, in modo simile a come gli eventi reali ci riguardano. Ne consegue che le persone sono motivate a cercare informazioni che possano creare credenze positive ed evitare informazioni che possano creare credenze negative, il che può spiegare perché le persone evitano le visite mediche anche nei casi in cui tali test possano salvarle», conclude l’autrice Caroline Charpentier. Lo studio, Finanziato dal Wellcome Trust, è stato pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences.