20 gennaio 2022
Aggiornato 20:00
Problemi di memoria

Ti dimentichi le cose? Niente panico, può essere un bene

Secondo uno studio, se dimentichi le cose non devi preoccuparti, perché la perdita di memoria può essere un bene per il nostro cervello

LOS ANGELES – Non ricordi più il nome della tua maestra delle elementari? Hai dimenticato come si fa una certa operazione matematica? O ancora non ti viene in mente dove ha già visto quella persona o quella cosa? Bene. Non ti preoccupare, non è segno di demenza o Alzheimer in arrivo ma, secondo gli scienziati dell’Università della California a Los Angeles, una buona cosa per il nostro cervello. Ecco il perché.

Dimenticare fa bene
Spesso il dimenticare le cose è associato all’invecchiamento e alla perdita di memoria. O, peggio, a qualche disturbo cerebrale o malattia. Ma, contro il credo comune, secondo un nuovo studio il processo può invece rafforzare le associazioni che codificano le informazioni nel cervello. Per comprendere questo meccanismo e giungere a queste inaspettate – quanto rassicuranti – conclusioni, i ricercatori dell’UCLA hanno studiato i diversi modi in cui le informazioni vengono archiviate e recuperate dal cervello. Si è così scoperto che i cambiamenti al contesto che interferiscono con la nostra capacità di ricordare potrebbero essere riproposti per meglio consolidare i ricordi stessi.

Dipende
La capacità di seguire le istruzioni e le relazioni o come arrivare a casa e quali cose nel nostro mondo sono pericolose o sicure, spesso dipende dalla nostra personalità e il senso di sé, scrivono i ricercatori. L’importanza che hanno per noi rende i fallimenti della memoria particolarmente frustranti. Nonostante ciò, non dovremmo crucciarci più di tanto, e fare spallucce di fronte alle défaillance della nostra capacità di ricordare.

La formazione dei ricordi
Lo studio condotto dal dottor Robert Bjork, psicologo cognitivo dell’Università della California a Los Angeles, e colleghi, si è concentrato su come apprendiamo e ricordiamo con l’obiettivo di migliorare il modo in cui insegniamo. Il cervello, secondo gli autori, in realtà forma molti tipi distinti di ricordi, tra cui ricordi legati alla memoria di lavoro, dichiarativa e procedurale. Questi, a loro volta, sono vagamente suddivisi in memoria a lungo termine e breve termine, ma ogni informazione passa attraverso quattro fasi di memorizzazione.

Le quattro fasi
La prima fase prevede la codifica delle informazioni. Qui, assorbiamo le informazioni sotto forma di immagine, suono o un significato. Dopo di che, il cervello determina dove deve essere conservato il suo nuovo materiale: in un’area di tematizzazione lunga o breve. Se quanto abbiamo appena appreso sarà immediatamente utile, il cervello lo preparerà per la memoria a breve termine, dove le informazioni possono rimanere per circa 30 secondi per la maggior parte degli adulti. Per fare in modo che questi frammenti di esperienza possano farsi strada nella memoria a lungo termine, devono essere ‘assistiti’ o si deve prestare particolare attenzione. Sostanzialmente, quando prestiamo attenzione a una memoria, formiamo più connessioni sinaptiche a essa correlate, formando una rete che la tiene in posizione. Più forte è la rete, più solida sarà la memoria. Questa situazione è definita dal dott. Bjork «forza di archiviazione vigorosa». Tuttavia, l’oblio non infrange la rete che codifica quella memoria o indebolisce quella forza di archiviazione.

Dimenticare è…
Secondo Bjork e colleghi, dimenticare è semplicemente «una riduzione di quanto siano facilmente accessibili alcune informazioni o procedure in un dato momento». Uno dei motivi per cui dimentichiamo le cose è che il contesto che circonda l’informazione è in qualche modo cambiato. Un esempio di contesto è il passare del tempo, come ha spiegato Bjork indicando un numero di telefono memorizzato durante l’infanzia, presentando i risultati dello studio alla American Physiological Society. In questo caso, anche se il numero è stato utilizzato più e più volte – rendendo forte l’impronta del ricordo – arrivati all’età adulta, probabilmente è passato molto tempo da quando è stata raggiunta l’informazione. Questo cambiamento contestuale prolungato significa che la memoria ha una «debole forza di recupero», per cui oggi è difficile ricordarlo. In sostanza, non ricordare non è necessariamente sintomo di un’incipiente demenza ma un qualcosa che protegge il cervello dall’andare in tilt.