21 ottobre 2018
Aggiornato 04:00

Immunoterapici per il cancro al seno: funzionano meglio se si dimezza la dose

Uno studio ha messo in evidenza come l’utilizzo degli immunoterapici per il cancro al seno dovrebbe essere ridotto a sei mesi per ottenere un effetto migliore
Immunoterapia per il cancro al seno
Immunoterapia per il cancro al seno (BlurryMe | Shutterstock)

Da alcuni anni le pazienti affette da cancro al seno Her2, oltre alla classica chemioterapia, hanno anche a disposizione un nuovo tipo di cura a base di anticorpi monoclonali, la cosiddetta immunoterapia. Più nello specifico, un farmaco a base di Herceptin, noto con il nome commerciale Trastuzumab, sembra aver salvato la vita a molte persone. La caratteristica principale degli immunoterapici è che offrono importanti strumenti al nostro sistema di difesa dell’organismo allo scopo di riconoscere e combattere il cancro. Come sempre, tuttavia, i farmaci non sono esenti da effetti collaterali. E sebbene non siano così evidenti come i chemioterapici anche il Trastuzumab va utilizzato con cautela. Uno studio, infatti, ha evidenziato come il dimezzamento della dose potrebbe portare a risultati migliori.

Il cancro curato in metà tempo
I medici, al momento, si vedono costretti a seguire specifici protocolli per i pazienti affetti da cancro al seno. E questo vale sia per l’immunoterapia che per la chemioterapia. Non è detto, però, che questi siano perfetti e proprio per tale motivo spesso vengono eseguite ricerche in merito all’uso di un farmaco anche molti anni dopo. È il caso del Trastuzumab, il quale sembra funzionare meglio a dosi ridotte.

Riduzione degli effetti collaterali
Quando un paziente viene curato con la chemioterapia assiste quasi immediatamente a effetti devastanti. Ma sa che quando passa agli anticorpi monoclonali in monoterapia tutto comincia a cambiare. Raramente si assiste a effetti avversi facilmente riconoscibili ma quando questi si evidenziano significa che è in atto qualcosa di serio. Tra questi anche problemi cardiaci e febbre alta.

Una nuova sperimentazione
Un nuovo studio ha voluto sperimentare i tassi di sopravvivenza nei pazienti trattati con Trastuzumab per sei mesi rapportandoli a quelli che lo usano – come protocollo vuole – per circa un anno. La ricerca, presentata presso American Society of Clinical Oncology di Chicago e condotta dall'Università di Cambridge, ha preso in esame circa quattromila donne affette da carcinoma mammario HER-2 positivo. Tutte sono state curate con Herceptin.

I tassi di sopravvivenza
Dai risultati ottenuti dallo studio è emerso che il tasso di sopravvivenza libero da malattia dopo quattro anni era dell’89,4 % nei pazienti che hanno effettuato la terapia per sei mesi. Mentre quelli che hanno continuato la cura per un anno avevano un tasso medio dell’89,8 percento. Quindi la differenza era pressoché nulla ma i rischi erano maggiori in chi aveva continuato il trattamento per 12 mesi. L’8% persone, infatti, ha dovuto interrompere il trattamento a causa di danni cardiaci. Esattamente il doppio delle donne che hanno eseguito una cura per sei mesi.

Un nuovo metodo di cura?
Lo studio apre quindi una nuova speranza per cure più brevi e meno pericolose in termini di effetti collaterali. «Siamo fiduciosi che questo segnerà i primi passi verso una riduzione della durata del trattamento per molte donne con carcinoma mammario HER2-positivo», hanno dichiarato i ricercatori. Lo studio è stato finanziato dal National Institute for Health Research.