24 ottobre 2018
Aggiornato 06:30

Malattie gravi e cancro: si potranno guarire grazie al DNA di elefanti e pipistrelli?

Scienziati studiano il DNA di varie forme di vita del pianeta, scoprendo che contengono i segreti della salute umana
Perchè gli elefanti non hanno il cancro?
Perchè gli elefanti non hanno il cancro? (Natali_ Mis | Shutterstock)

E’ iniziata la caccia al DNA di molte forme di vita del pianeta. Scienziati di tutto il mondo ritengono infatti che ognuna possieda un tassello importante che a noi potrebbe mancare. E integrandolo con quello dell’essere umano si potrebbe – potenzialmente – arrivare a curare qualsiasi malattia che affligge l’essere umano. Certo, di strada da fare ce n’è davvero molta, ma siamo già un passo avanti: abbiamo iniziato la ricerca.

Ali di pipistrello e geni di elefanti
Sembra un’antica formula magica, ma in realtà è l’obiettivo di molti ricercatori: conoscere i segreti più nascosti che celano le forme di vita che abitano il pianeta terra. Ciò a cui mirano gli studiosi è conoscere tratti genetici inesplorati di animali che li rendono unici al mondo. Nel loro DNA, infatti, potrebbe essere racchiuso un grande mistero: la cura di molte malattie al momento ritenute incurabili.

DNA spazzatura
Se la natura ha creato tutto con estrema perfezione verrebbe da chiedersi come è possibile che gran parte dei nostri geni sono considerati spazzatura. A porsi la domanda e cercare le possibili risposte è stato uno studio pubblicato su Cell Reports e condotto dall’Università per la Salute dello Utah. Gli studiosi, coordinati dal professor Christopher Gregg, si sono concentrati proprio sul cosiddetto DNA spazzatura: ovvero il 98% dei nostri geni che sembrano non svolgere un ruolo chiave nella nostra salute. Al contrario, non sono collegati con la produzione di nessuna proteina.

Una giungla inesplorata
Ciò che la scienza sa oggi è che buona parte del DNA spazzatura contiene interruttori che regolano l’attività di altri geni. «Le persone lo chiamano Dna spazzatura, ma io lo vedo come una giungla ancora inesplorata», spiega Christopher Gregg. Per questo motivo lui, insieme al suo team di ricerca, ha scandagliato il Dna di sei animali: l’elefante, il pipistrello, l’orca, il delfino, la talpa senza pelo e uno scoiattolo di terra. In tutti questi animali hanno voluto evidenziare quali sono le regioni che si evolvono rapidamente.

Tratti caratteristici
Dai primi risultati è emerso che le regioni del DNA che si evolvono rapidamente negli animali sono quelli associati a tratti tipici di ogni specie. Per esempio le ali dei pipistrelli, il colore degli scoiattoli e le dimensioni di un elefante. «Abbiamo fatto leva su questi tratti particolari per scoprire regioni corrispondenti di Dna non codificanti nell’uomo che potrebbero rivestire un ruolo importante in alcune malattie», ha dichiarato Elliott Ferris, autore dello studio.

Curiosità genetiche
I ricercatori sono partiti da domande che oggi la scienza si pone: alcuni animali, più di altri, sono protetti dal cancro. Perché ciò non accade nell’essere umano? Oppure: come iniziano le malformazioni? Durante il loro studio, i ricercatori hanno scoperto che una porzione di DNA che conferisce ai pipistrelli le loro tipiche orecchie può, in caso di mutazione, causare una deformità dell'orecchio nelle persone. Mentre un'altra mutazione può causare dita fuse negli esseri umani, può aver aiutato i pipistrelli a sviluppare le loro ali uniche al mondo.

Perché gli elefanti non hanno il cancro?
Gli scienziati hanno anche scoperto che gli esseri umani condividono gli stessi geni che conferiscono agli scoiattoli di terra le loro strisce distintive. Nelle persone, tuttavia, le mutazioni di tali geni sono implicati con la sindrome di Leopard. D’altro canto hanno scoperto anche altri fatti piuttosto curiosi: «stavamo lavorando sull'elefante come controllo nel nostro studio e abbiamo scoperto parti del genoma che erano importanti per lo sviluppo del naso», racconta Gregg. «Ho pensato che fosse molto divertente da trovare negli elefanti, visto che hanno questi nasoni lunghi». Ma il genoma degli elefanti possiede un potenziale ben più importante: hanno pochissime possibilità di sviluppare il cancro, nonostante siano molto più grandi e vivano più a lungo. L’oncologo pediatrico Josh Schiffman, tre anni fa ha scoperto che questi animali possiedono 20 copie del famoso gene p53, conosciuto per la sua capacità di riparare i danni del DNA. Gli esseri umani, al contrario, ne hanno uno solo. Per questo motivo Schiffman si è rivolto a Gregg: «Chris, perché non controlli i tuoi dati per scoprire se ci sono altri segreti che spiegano perché gli elefanti non si ammalano di cancro?».

Nuove scoperte
Il team coordinato da Gregg sembra effettivamente aver trovato qualcosa in più circa la relazione tra DNA «elefante» e cancro. Pare che esista una rete di geni presenti in tutti i mammiferi, esseri umani compresi, che sono associati alla cosiddetta anemia di Fanconi. Ma negli elefanti, tale rete era radicalmente modificata. «Questo è un maestro regolatore della riparazione del DNA. Le persone con mutazioni in quella via del gene hanno tassi di cancro molto alti», spiega Gregg. In pratica sembra che gli elefanti siano tecnicamente più evoluti di noi dal punto di vista genetico. Il team di ricerca, ha testato alcune cellule immunitarie degli elefanti sottoponendole a radiazioni. Lo scopo era di vedere quali geni sono diventati attivi. Dai risultati è emerso che le cellule immunitarie dell’elefante sono in grado di riparare rapidamente i danni ad altri DNA. Si tratta di un importante meccanismo di prevenzione del cancro. Ciò significa che se ci concentrassimo sullo studio di questi geni potremmo iniziare a combattere il cancro in maniera completamente differente. D’altro canto i geni dell’elefante erano già in partenza «buoni candidati per il motivo per cui l'elefante ha questa superpotenza di ottenere tassi di cancro molto bassi», continua Gregg.

Possibili cure per i tumori?
A detta dei ricercatori, scavare a fondo nel DNA di altre forme di vita potrebbe permetterci, un giorno, di curare il cancro, il glaucoma, l’albinismo e anomalie strutturali. «Ci stiamo addentrando in un territorio sconosciuto. Questo metodo ci offre un nuovo modo per esplorare il Dna e scoprire nuovi approcci per identificare, diagnosticare e curare malattie», conclude Gregg.