21 giugno 2021
Aggiornato 21:30
Ansia e infarto

Il lato buono dell’ansia: ci protegge in caso di infarto

Le persone ansiose potrebbero avere molte più possibilità di sopravvivere a un infarto rispetto a chi è più tranquillo. Ecco perché

Tutti sappiamo che lo stress continuo può danneggiare la nostra salute. Ma questa condizione è facilmente correlata a episodi di ansia. Ricerche precedenti, infatti, avevano notato che le persone depresse e in stato di agitazione costante erano maggiormente a rischio di malattie cardiovascolari ed eventi cardiaci gravi come infarto e ictus. Tuttavia, un ulteriore studio, condotto dalla Technical University of Munic, ha evidenziato un fatto decisamente più positivo: l’ansia potrebbe aiutare le persone a salvarsi da un infarto. Ecco perché.

Senso di allerta costante
Le persone che soffrono di ansia lo sanno benissimo: il loro corpo è in uno stato costante di allerta, tant’è vero che gli basta un minimo rumore per sussultare. Se da un lato questa apprensione potrebbe danneggiare l’apparato cardiovascolare, dall’altro potrebbe aiutare le persone a sopravvivere più facilmente. Il motivo è molto semplice: le persone che soffrono di tale disturbo rimangono in ascolto costante del proprio corpo. Così facendo si accorgono della minima variazione e possono intervenire nelle primissime fasi di un infarto. Cosa che generalmente le altre persone non fanno.

Aumento della sopravvivenza
Per stabilire un aumento della sopravvivenza nei soggetti ansiosi, gli studiosi si sono avvalsi dei dati provenienti dallo studio MEDEA (Munich Examination of Delay in Patients Experiencing Infected Myocardial Infarction). Tra questi sono stati presi in esame (attraverso interviste) 619 pazienti che hanno assistito a un infarto e calcolati i tempi di ricovero ospedaliero e terapia intensiva. Dai risultati è emerso che tra questi, chi soffriva di disturbo d'ansia, aveva evidenziato un aumento di sopravvivenza e minor tempo di recupero.

I tempi
Mediamente, le persone che soffrivano di ansia raggiungevano l’ospedale due ore prima rispetto alle persone non affette da questo disturbo. In genere arrivavano circa 112 minuti dopo l’insorgenza dell’attacco cardiaco, a differenza degli altri che impiegavano un minimo di due ore. Questo dato, anche se apparentemente insignificante, potrebbe fare davvero la differenza. D’altro canto recenti studi hanno evidenziato come mezz’ora di differenza possono salvare la vita a una persona.

Nessuno li prende sul serio
Il problema principale è che molti medici non prendono sul serio molti pazienti quando ritengono che soffrono di disturbi d’ansia. «Gli individui con disturbo d'ansia sono più a rischio di avere un attacco di cuore ma hanno maggiori probabilità di sopravvivere. I nostri dati hanno rivelato un fattore importante», ha dichiarato il professor Karl-Heinz Ladwig. «Gli individui con disturbo d'ansia spesso reagiscono in modo più sensibile ai loro bisogni di salute. I medici dovrebbero sempre prendere sul serio le loro preoccupazioni, anche perché questi pazienti sono anche più determinati quando si tratta di accettare un aiuto: in questo modo una malattia può aiutare a proteggere da un'altra grave malattia», conclude.

Approfondimento: cervello e malattie cardiovascolari
Un altro studio, relativamente recente e condotto dal Massachusetts General Hospital di Boston, è riuscito a individuare la stretta relazione che c’è tra cervello, globuli bianchi e arterie. Sembra infatti che in una particolare struttura cerebrale, denominata amigdala – associata a sentimenti come emozioni e paure – sia il punto di partenza di una catena che può portare a eventi cardiovascolari gravi. Non a caso, le persone che soffrono di ansia e depressione hanno un’amigdala decisamente più attiva rispetto agli altri. Pare che ha causa di ciò vi sia un aumento dell’infiammazione e dei globuli bianchi. In particolare, i danni principali si evidenziavano a livello delle arterie e del midollo spinale. Secondo i ricercatori, l’amigdala invia un segnale al midollo per produrre un numero più elevato di globuli bianchi. Questi avrebbero lo scopo di evitare eventuali infezioni ma anche contribuire al mantenimento dell’infiammazione vascolare con conseguente formazione di placche aterosclerotiche, e, di conseguenza, infarti