16 agosto 2018
Aggiornato 13:30

Ecco come i batteri resistenti bloccano le nostre cure. Le possibili soluzioni

I batteri resistenti agli antibiotici sono diventati un vero dramma sanitario. Ecco come bloccano le cure e come risolvere il problema

Siamo arrivati a un pericoloso bivio: se non riusciamo a trovare cure alternative, fra pochi anni rischieremo tutti di morire a causa di banali infezioni. I maggiori imputati non sono i batteri ma gli antibiotici che, formulati in questa maniera, sono divenuti fortemente resistenti ai farmaci di uso comune. Ciò significa che la loro somministrazione – per essere efficace - dovrebbe essere aumentata in termini di tempo e dose. O, peggio, potrebbe equivalere a consumare acqua fresca, data la sua completa inefficacia nei confronti dei patogeni. Ecco come fanno i microorganismi ad aggirare le nostre cure.

L’allarme dell’OMS
L’Organizzazione Mondiale della Sanità da tempo ha lanciato l’allarme: nella lotta tra i batteri (pericolosi) e noi, l’essere umano potrebbe avere la peggio. Questo drammatico fenomeno è noto nella comunità medica come antibioticoresistenza. Sono tanti i patogeni che hanno dimostrato di essere più forti ai comuni farmaci, ma il killer numero uno, secondo l’OMS, sarebbe lo Klebsiella pneumoniae. Questo antichissimo batterio amerebbe particolarmente ospedali e varie strutture sanitarie e si replicherebbe con estrema facilità.

Resistenti ai carbapenemi
Oltre al Klebsiella, sarebbero molti altri i batteri resistenti ai carbapenemi, una classe di antibiotici ad ampio spettro che, come tali, hanno reso forti la maggior parte dei microorganismi nocivi. Utilizzandoli frequentemente, infatti, i patogeni sono riusciti, nel tempo, a sviluppare un metodo per contrastarli dando origine a dei super batteri.

Pericolo nelle persone anziane
Ad avere la peggio, come sempre, sono le persone anziane di età compresa fra i 65 e gli 80 anni. Non solo perché nella loro vita sono stati sottoposti a molti trattamenti antibiotici, ma anche perché se si trovano in ospedale hanno un rischio altissimo di incappare in batteri ultraresistenti. La stessa sorte capita alle persone che sono costrette a sottoporsi a trattamenti chirurgici.

L’importanza dell’igiene
L’Organizzazione Mondiale della Sanità, ogni anno promuove la giornata mondiale delle mani: lo scopo è far capire a tutti che, al momento, l’unico metodo per ridurre al minimo i contagi è quello di lavarsi molto bene le mani. Non a caso lo slogan dell’anno scorso era: Combattere la resistenza agli antibiotici è nelle tue mani.

Priorità nella salute pubblica
«Grazie a questo sistema di sorveglianza abbiamo una dimensione molto più vicina alla realtà relativamente al fenomeno della diffusione di questo patogeno nelle corsie ospedaliere. Disponiamo oggi di un'evidenza che ci impone di farne una priorità di salute pubblica e di mettere in campo tutte le risorse disponibili, economiche e non, in tutti gli ospedali per contrastare questo fenomeno: dall'osservazione puntuale del lavaggio delle mani fino all'istituzione di personale sanitario dedicato al controllo delle infezioni e di figure professionali per guidare un appropriato utilizzo di queste molecole. Essenziale resta il contributo delle Regioni nella segnalazione puntuale del fenomeno per avere un quadro sempre più preciso che ci consenta di fare interventi mirati e comprenderne l'efficacia», ha dichiarato Walter Ricciardi, presidente dell'Istituto Superiore di Sanità.

L’arma dei batteri
Ogni essere vivente è dotato di diverse armi per aumentare la propria sopravvivenza. Noi, oltre ai naturali meccanismi di difesa del corpo, abbiamo a disposizione detergenti e disinfettanti. Tuttavia, anche questi dovrebbero essere utilizzati con un minimo di equilibrio. Anche un eccesso di igiene, soprattutto con prodotti antisettici, potrebbe causare ancor più danni. D’altro canto, oggi sappiamo che le batteriemie, in particolare quelle causate dalla Klebsiella pneumoniae, producono un enzima chiamato KPC. Tale sostanza è in grado di disattivare gran parte dell’attività antibatterica sprigionata dall’antibiotico.

La Klebsiella pneumoniae
La Klebsiella pneumoniae di norma si trova nell’intestino dei pazienti anziani, ricoverati in ospedale che devono stare vicino ai ventilatori. Ma anche chi utilizzata cateteri intravascolari. Il batterio provoca pericolose polmoniti, infezioni delle vie urinarie e può arrivare a causare gravi sepsi. Al momento la medicina, per combattere tali infezioni, utilizza tigeciclina, gentamicina, colistina e fosfomicina. Sono gli unici farmaci che per ora ancora un po’ funzionano ma che hanno diversi difetti: elevato numero di effetti collaterali e difficoltà di reperimento. Se invece parliamo dei carbapenemi, non possiamo non sottolineare che la resistenza è associata anche alla già citata colistina. Si tratta di un antibiotico che era caduto in disuso ma che è stato necessario rispolverare a cause dell’emergenza a cui stiamo assistendo.

L’alternativa? Il trapianto di feci
Il trapianto di microbioma, altrimenti conosciuto come trapianto di feci, potrebbe essere la nuova arma per combattere l’antibiotico resistenza. Al momento è utilizzato per trattare il Clostridium difficile. Impiantando nell’individuo malato la flora batterica intestinale di un individuo sano si forniscono al paziente tutte le armi per combattere la patologia. Il rimedio ha riscontrato un ottimo successo sia all’estero che in Italia. Ora scienziati di tutto il mondo stanno verificando se la pratica può essere utilizzata per combattere altri tipi di batteri e malattie.

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