20 giugno 2021
Aggiornato 15:30
Infarto e lavoro

Hai avuto un infarto? Attenzione: rischi di perdere il lavoro

Le persone che hanno assistito a un evento cardiaco importante potrebbero ritrovarsi senza lavoro nel giro di un anno

Potremmo parlare di discriminazione piuttosto che di benessere. Non è raro, infatti, ritrovarsi dal giorno alla notte senza lavoro a causa di problemi di salute. Di recente abbiamo riportato il caso di un uomo che, rientrato in azienda dopo essere guarito da un cancro, è stato licenziato senza una giusta motivazione. A quanto pare non si tratta di episodi rari, piuttosto di vicende che si ripetono abbastanza frequentemente nel nostro paese. Una recente indagine, infatti, ha evidenziato come le persone vittime di un infarto difficilmente potevano tornare a lavorare una volta guariti. Ma la colpa non era sempre del datore di lavoro. Ecco perché.

Non è sempre un problema di discriminazione
Se da un lato molti datori di lavoro tentano di licenziare uomini e donne che riducono la loro produttività a causa di problemi di salute, dall’altro sono le stesse persone che si vedono costretta a licenziarsi. Dopo un infarto, infatti, la riabilitazione non è sempre così semplice e anche lavorare diviene molto difficoltoso. Per tale motivo un lavoratore su quattro si vede costretto a perdere lavoro – in maniera volontaria o meno – entro un anno dal suo rientro. Ad asserirlo è un’indagine condotta da Laerke Smedegaard, della Herlev & Gentofte University di Hellerup (Danimarca) e pubblicata su Jacc.

Un fattore importante per la qualità della vita
Lo studio, eseguito su oltre 22mila persone, ha messo in evidenza come il 24% delle persone vittime di un infarto perde il lavoro entro un anno dalla ripresa attività. «Una disoccupazione di ritorno che andrebbe studiata maggiormente analizzando nel dettaglio quali sono i motivi precisi che spingono queste persone ad allontanarsi dal proprio lavoro precedente e, in certi casi, ad allontanarsi dall’intero mercato del lavoro», spiegano gli esperti. «Il fatto di riuscire a mantenere il proprio posto di lavoro dopo un infarto è un fattore importante per la qualità di vita, per l’autostima e per la stabilità economica dell’infartuato», spiega Smedegaard.

Riabilitazione cardiaca
«La riabilitazione cardiaca successiva a un infarto dovrebbe puntare anche ad aiutare i pazienti a mantenere le proprie capacità lavorative a lungo termine», prosegue Smedegaard. Un altro problema, considerato abbastanza rilevante, è che l’età media degli infartuati si sta ridecendo a vista d’occhio. Complice, probabilmente, lo stress che si evidenzia proprio nei luoghi di lavoro. Secondo una ricerxa condotta dalla Cleveland Clinic, l’età media degli infartuati si sta abbassando intorno ai 60 anni, quando – fino a poco tempo fa – si verificava mediamente a 64. Ma vi sono casistiche estremamente alte di persone al di sotto dei 50 anni. Ciò significa che sono molte le persone che assistono a un evento cardiaco – potenzialmente fatale – proprio durante l’età lavorativa.

L’effetto dell’infarto sulla vita professionale
«Questi dati devono farci riflettere – commenta in una nota Carola Adami, fondatrice e Ceo della società di ricerca e selezione del personale di Milano Adami & Associati – Se ormai da anni si parla dell’accumulo di stress tipico di certe professioni come ulteriore fattore di rischio di infarto, ora dobbiamo iniziare a pensare non solo alle cause, ma anche agli effetti che un infarto può avere sulla vita professionale di una persona. Un infarto segna profondamente la vita di un individuo, anche dal punto di vista professionale e in molti casi gli infartuati hanno delle concrete difficoltà a proseguire normalmente la propria carriera lavorativa. Non è infatti raro incontrare persone che, ad un anno o due dall’infarto, sono state costrette a cambiare totalmente lavoro o, nel peggiore dei casi a ritirarsi completamente», conclude Adami.