26 giugno 2019
Aggiornato 20:00
Lotta all'epatite C

Epatite C, siamo prossimi all'eradicazione. Ma occorre fare attenzione ai nuovi contagi

Secondo gli esperti della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (Simit) entro un paio di anni potremo dire di aver eradicato l'epatite C, una malattia che si contrae nella maggioranza dei casi con l'uso di sostanze via endovenosa. Qual è la situazione contagi

Epatite C
Epatite C ( Shutterstock )

ROMA – Secondo gli esperti della SIMIT, la Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali, e gli specialisti l’epatite C potrebbe essere eradicata nel giro di due anni. Questo perché, spiega il prof. Massimo Andreoni, Ordinario di Malattie Infettive all’Università Tor Vergata di Roma: «Abbiamo dei farmaci talmente efficaci, da utilizzare in maniera semplice, con brevi periodi e con una sola pasticca al giorno, che si pensa sia possibile trattare un numero sufficientemente ampio di persone per raggiungere questo obiettivo». Il prof. Andreoni lo ha ribadito in occasione del Congresso Nazionale di Salerno della SIMIT. «Circa il 90% delle nuove infezioni colpisce persone che fanno uso di sostanze in via endovenosa – fa notare Andreoni – Inevitabilmente, quindi, in termini epidemiologici, dobbiamo iniziare a concentrarci su questi soggetti, perché si possa evitare di mantenere vivo questo focolaio epidemico in Italia».

Nuove persone positive al virus dell’epatite C
In base ai dati acquisiti da recenti studi in Italia, che hanno coinvolto anche la Regione Lazio, e quelli relativi ad alcune Campagne finalizzate a test rapidi condotti in questa tipologia di pazienti, hanno rivelato che più del 30% dei soggetti si sono dimostrati positivi al virus dell’epatite C o HCV. Il sistema seguito può aiutare a far emergere il sommerso (ancora grande problema che non permette di stabilire l’impatto della malattia sulla popolazione) e potrebbe funzionare. Un altro dato interessante emerso è quello relativo ai soggetti che fanno uso di sostanze per via endovenosa: la percentuale di risposta al trattamento è virtualmente equivalente a quello della popolazione. Per cui il 90% dei soggetti risponde positivamente al trattamento. Questi risultati – sottolinea il prof. Andreoni – ci fanno capire che dobbiamo andare verso questa direzione. E che servono campagne mirate all’individuazione di infetti appartenenti a questo gruppo. E’ importante, inoltre, creare dei modelli di esempio e di riferimento che stimolino questi individui a sottoporsi al trattamento. Questi, infatti, scarsamente aderiscono correttamente alla terapia. Ma prestando una particolare attenzione si potrebbe giungere finalmente all’eradicazione della malattia».

L’epatite C in Italia
Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), nel 2016 l’incidenza dell’epatite C è stata pari a 0,2 per 100mila abitanti. Nella fascia d’età 0-14 anni non sono stati osservati casi, mentre l’incidenza maggiore si registra nella classe di età 25-34 anni, pari a 0,3 x 100mila abitanti. La diminuzione dell’incidenza ha interessato in particolar modo i soggetti d’età compresa fra i 15 e i 24 anni. Tuttavia l’età dei nuovi casi è in aumento, e già da tre anni la fascia di età maggiormente colpita è stata quella di mezzo, ossia tra i 35 e i 54 anni.

Sintomi ed effetti dell'epatite C
Tra coloro che manifestano sintomi clinici, l’esordio della malattia è insidioso. Tra i più diffusi si hanno anoressia, nausea, vomito, febbre, dolori addominali e ittero. Il decorso non è particolarmente veloce, tuttavia esistono casi rari di decorso fulminante fatale pari allo 0,1%. Un’elevata percentuale dei casi, circa l’85%, arriva invece alla cronicizzazione. Non a caso, nell’arco di 10-20 anni, il 20-30% dei pazienti con epatite cronica C sviluppa cirrosi e, in circa l’1-4%, successivo epatocarcinoma. Il periodo di incubazione va da 2 settimane a 6 mesi, ma in media la malattia si manifesta tra le 6 e le 9 settimane.

Si riduce il tasso di fallimento
«Da gennaio 2015 a oggi abbiamo trattato in Italia più di 94mila pazienti con i nuovi farmaci antiretrovirali, con un alto tasso di successo – aggiunge il Prof. Massimo Andreoni – Mentre il numero dei casi che non ha risposto alle cure si assesta intorno al 3-5%. Prevediamo di trattare nei prossimi due anni altri 160mila pazienti, perché questa è la disponibilità che l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha dato ai clinici italiani per trattare questa patologia. Stiamo procedendo in maniera rapida ed efficace».

Il problema dell’epatite C nelle carceri
Un grande problema è rappresentato dall’epatite nelle carceri. Durante lo scorso anno sono state detenute 101.995 persone.  Di queste, il 50,3% aveva meno di 40 anni; il 34,5% erano stranieri; il 33,2% tossicodipendenti e il 4,2% donne. I dati relativi alla diffusione dell’infezione da HCV tra i detenuti mostrano un tasso tra il 25% e il 38% di positivi ai test ematici, con 25-38mila pazienti potenzialmente transitati nei 190 Istituti del Sistema Penitenziario Italiano nel corso del 2016. Circa 2 pazienti detenuti su 3 sono malati con viremia ematica, e pertanto da sottoporre a terapia eradicante con i nuovi farmaci antivirali ad azione diretta (DAA). «Si tratta di una massa di pazienti compresa tra le 18 e le 25mila unità – conclude il prof. Sergio Babudieri Direttore delle Malattie Infettive dell’Università degli Studi di Sassari e Direttore Scientifico di SIMSPe, la Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria – Fra questi, i comportamenti a rischio per la diffusione dell’infezione quali scambio di siringhe e/o e taglienti, tatuaggi con punte e inchiostro infetti, rapporti sessuali promiscui e violenti, condivisione di rasoi da barba all’interno di celle sovraffollate, episodi di violenza con ferite e commistione di sangue, possono essere particolarmente diffusi e, pertanto, rappresentano uno dei gruppi che maggiormente può alimentare la diffusione della malattia sia durante la detenzione che al rientro in libertà».