17 luglio 2019
Aggiornato 02:00
Talluto untore hiv

Talluto, 30 donne contagiate dall'Hiv, il Pm chiede l’ergastolo

Nei confronti del cosiddetto untore dell'Hiv che avrebbe contagiato oltre 30 donne con cui aveva avuto rapporti sessuali, il Pm ha chiesto l’ergastolo per epidemia dolosa e lesioni gravissime. Le motivazioni

Valentino Talluto durante il dibattimento - frame di La7
Valentino Talluto durante il dibattimento - frame di La7 ANSA

ROMA – Non sono un mostro. Così si sarebbe difeso Valentino Talluto nel corso del dibattimento che lo vede imputato per epidemia dolosa e lesioni gravissime. Il capo d’accusa gli è stato contestato dopo che diverse donne lo avevano indicato come una sorta di untore: lui, affetto dal virus dell’HIV – e dunque sieropositivo – avrebbe taciuto questa sua condizione a oltre 30 donne con cui sarebbe andato a letto. Ora, il Talluto, rinviato a giudizio rischia 20 anni di carcere. Il Pm Elena Neri ha chiesto infatti l’ergastolo.

Una pena esemplare
Quella richiesta dal Pm Elena Neri ai giudici della terza corte di assise di Roma si configura come una pena esemplare: ergastolo. Il massimo che si può ottenere. Se confermata sarebbe anche la prima sentenza in un processo per un caso di contagio diffuso da Hiv, di cui non esiste un precedente in Italia. A Valentino Talluto, romano e sieropositivo accusato da molte donne con cui avrebbe avuto rapporti sessuali non protetti, è sotto processo per non solo aver taciuto la sua sieropositività ma anche per aver contagiato diverse partner. In molte occasioni il Talluto avrebbe negato di essere un mostro e, anzi, di essere stato oggetto di una campagna denigratoria. «Sono stato descritto come mostro, ma chi mi conosce sa benissimo che non sono una cattiva persona – ha dichiarato Talluto in aula il 27 settembre – Quello che è stato scritto su di me non è vero». Tuttavia, secondo la Pm Neri, all’imputato «non possono essere concesse le attenuanti generiche non avendo mai dimostrato pentimento.  Talluto non ha mai collaborato, ha reso false dichiarazioni, ha sempre negato ogni responsabilità anche di fronte all’evidenza: il suo era un modo per seminare morte».

Seminatore di ‘morte’?
Nonostante le contestazioni mosse dal Talluto circa il suo essere una sorta di untore, a lui vengono contestati ben 57 casi di contagio. Di questi, più di trenta sarebbero diretti, gli altri sono detti indiretti e vedono coinvolto anche un bambino, oltre ad altre donne che per loro fortuna sono scampate all’infezione. Un vero e proprio spargimento di virus dunque, se si tiene conto di quante persone sono state infettate. E proprio per questo è stata chiesta una pena così dura. Basandosi anche e soprattutto sulle testimonianze dirette delle ‘vittime’. A sostengo delle tesi accusatorie, infatti, il Pm ha precisato che «tante delle persone che sono state contattate nel corso delle indagini ci sono state segnalate dall’ospedale Spallanzani perché contagiate dal sottotipo di virus dal quale è infetto Talluto. Ne abbiamo contattata una per una e puntualmente abbiamo scoperto che avevano avuto rapporti con Talluto dopo il 2006. Il laboratorio dello Spallanzani ci ha aiutato – ha proseguito l’accusa – visto che non ci ha aiutato Talluto e ne è uscito un panorama sconcertante».

Ingannate dal ‘bravo ragazzo’
In un’epoca in cui i rapporti sociali sono divenuti più virtuali che reali è facile essere attratti da persone che si nascondono dietro a uno schermo e che, per questo, appaiono migliori di chi abbiamo accanto nella vita reale. Per chi è in cerca di un affetto, poi, è facile cadere nella trappola di chi ha cattive intenzioni o non si mostra per quello che realmente è. Per molte delle donne incappate nel Talluto pare sia accaduto proprio questo: lui si sarebbe presentato come un ‘bravo ragazzo’ facendo presa sulle debolezze e sul bisogno di affetto. «Molte delle che hanno frequentato Talluto erano al loro primo rapporto sessuale e molte di loro si sono innamorate perché si fidavano, ai loro occhi appariva rassicurante e pieno di attenzioni, cercando di presentarsi a casa come il classico bravo ragazzo», ha infatti sottolineato il Pm.

Una generazione ignara
Secondo il Pm, le ragazze vittime del contagio non sono l’oggetto del processo o le colpevoli per quanto accaduto loro. «Loro – ha spiegato il Pm – rappresentano una generazione che non conosce l’Aids, che non conosce i morti per questa malattia, che la legano solo alla tossicodipendenza e ai rapporti omosessuali, e che usa i social network per allacciare relazioni e fare amicizie». In altre parole, le vittime non erano per così dire consapevoli del rischio cui andavano incontro.

In attesa della sentenza
Nonostante la delicatezza dei temi trattati il processo si svolge a porte aperte. È stata una scelta degli stessi giudici che ritengono di grande interesse sociale la vicenda sulla quale dovranno pronunciarsi. E ora si dovrà necessariamente attendere la sentenza che la corte presieduta da Evelina Canale emetterà il 25 ottobre prossimo. Tuttavia, quale che sarà, non potrà restituire la serenità e la vita di prima a tutti quelli che ora devono convivere con un virus come l’Hiv, che spesso è l’anticamera dell’Aids. Tra gli altri, si sono costituite parti civili le associazioni Differenza donna onlus e Bon’t worry noi possiamo associazione onlus.