28 ottobre 2020
Aggiornato 15:30
Farmaci per il tumore al polmone

Tumore al polmone e metastasi, arriva il farmaco che sostituisce la chemioterapia

Arrivano nuovi farmaci per combattere il cancro al polmone. Hanno mostrato meno effetti collaterali della chemioterapia a una sopravvivenza nettamente maggiore

Il tumore al polmone è una neoplasia molto diffusa in Italia, specie tra i fumatori. Ma grazie all’innovazione in medicina, l’aspettativa di vita è altissima. Oltre il 50% dei pazienti, infatti, risponde in maniera sorprendente alla terapia combinata con l’immunoterapia. Ma non solo: grazie a Roche finalmente i pazienti oncologici potranno evitare la tanto temuta chemioterapia. E la cura si può fare comodamente da casa grazie a delle semplici pastiglie. Probabilmente se tutti i farmaci fossero così nessuno rinuncerebbe alle cure.
Ecco i risultati del congresso della Società europea di oncologia (ESMO) che si è tenuto recentemente a Madrid.

Farmaci immunoterapici
I farmaci immunoterapici sono una vera e propria innovazione medica. Si tratta, sostanzialmente, di molecole che fungono come veri e propri anticorpi contro il cancro. Quando si è affetti da varie forme di neoplasie, infatti, il nostro sistema immunitario appare come silenziato ed evita così di aggredire le cellule cancerogene che, invece, dovrebbero essere sottoposte a un naturale processo di apoptosi. I farmaci immunoterapici, d’altro canto, sopperiscono proprio a tale funzione fornendo all’organismo le armi per combattere la malattia.

Chemio e immunoterapici
Nonostante la medicina abbia fatto passi da gigante sembra non essere stata ancora in grado di eliminare la chemioterapia: una delle terapie più dannose per il nostro organismo. D’altro canto pare che utilizzata in combinazione con l’immunoterapia possa ridurre il rischio di morte di oltre il 40% a circa 18 mesi dall’inizio delle cure. Per quanto riguarda il tumore al polmone il farmaco d’elezione è il Prembolizumab. «In una patologia come il tumore polmonare in stadio avanzato – afferma la prof.ssa Silvia Novello, ordinario di Oncologia Medica all’Università di Torino - avere una conferma di superiorità di efficacia a più di 18 mesi è un risultato indubbiamente importante. Un ulteriore follow up dello studio KEYNOTE-021G dimostra che più della metà dei pazienti in trattamento con la combinazione risponde alla terapia rispetto ad un terzo circa della popolazione trattata con la sola chemioterapia. Ma i dati sicuramente più eclatanti sono: l'ulteriore riduzione del rischio di progressione e di morte di oltre il 40%, con una separazione delle due curve di sopravvivenza (con un HR pari a 0.59) che era appena percepibile con un più breve follow-up. Inoltre, il dato di efficacia non viene inficiato da una maggiore tossicità, che avrebbe potuto esser presente prolungando l'esposizione ai farmaci. Sicuramente questi dati necessitano di una validazione con lo studio (KEYNOTE-189) di fase III, ma sono indubbiamente incoraggianti, soprattutto per tutti quei pazienti che ad oggi vengono ancora trattati con la doppietta chemioterapia non avendo un'espressione del PD-L1 tale da poter beneficiare della monoterapia con pembrolizumab in I linea. Quest'ultima affermazione necessita di una validazione prospettica adeguata in associazione all'espressione di PD-L1, ma i dati sono sicuramente eclatanti ed aggiungono un ulteriore tassello alla conoscenza scientifica nello scenario dell'immunoterapia e dell'oncologia toracica».

La nuova speranza si chiama Alectinib
Ma la vera e propria speranza di cura prende il nome di Alectinib. A differenza della chemioterapia è un farmaco che si utilizza per uso orale, il quale ha dimostrato di ridurre il rischio di progressione della malattia o morte dell’85% rispetto alla tradizionale chemioterapia. I test sono stati eseguiti sul cancro al polmone non a piccole cellule (Nsclc) Alk-positivo

Risultati eccellenti
«I risultati sorprendentemente positivi emersi dallo studio Alur confermano ulteriormente l’efficacia di Alectinib nel cancro al polmone. Auspichiamo che questi dati potranno contribuire a favorire il rapido accesso di Alectinib per il trattamento dei pazienti affetti da carcinoma polmonare», spiega Sandra Horning, dirigente di Roche. Il lato positivo è che il medicinale è stato approvato in monoterapia per i pazienti affetti da Nsclc Alk-positivo.

La sopravvivenza
Lo studio ha evidenziato una netta differenza della sopravvivenza libera da progressione (Pfs) tra l’uso di Alectinib e un tradizionale chemioterapico. La Pfs è stata di 9,6 mesi nei pazienti trattati con Alectinib e di 1,4 in quelli sottoposti a chemioterapia. Tra gli effetti collaterali del farmaco si evidenziano tossicità epatica e renale, bradicardia e aumento della CPK. Effetti che, seppur sgraditi, sono decisamente meno pesanti di quelli provocati dalla chemioterapia.

Nuove speranze per i pazienti oncologici
«Siamo di fronte a dati che non si limitano a una significatività solo statistica, ma implicano un impatto concreto nella pratica clinica quotidiana. Il 60-70% delle neoplasie polmonari è diagnosticato in fase avanzata di malattia. L’immuno-oncologia finora ha mostrato risultati positivi in seconda linea e prevalentemente nei pazienti con istologia squamosa. Ora queste armi dimostrano di essere efficaci in prima linea, quindi al momento della diagnosi, e anche nell’istologia non-squamosa, che rappresenta la grande maggioranza dei pazienti. Per questi ultimi il vantaggio è significativo perché, se rispondono a determinati requisiti, possono evitare la chemioterapia e aver accesso a farmaci innovativi caratterizzati da una tollerabilità migliore», continua Silvia Novello.

L’immunoterapico pembrolizumab
Tassi di sopravvivenza decisamente più elevati anche con l’immunoterapico Pembrolizumab che ha dimostrato di avere un’efficacia nettamente maggiore rispetto alla chemioterapia. «I dati sono impressionanti se si analizzano le curve di sopravvivenza riferite ai pazienti selezionati in base alla maggiore espressione di un biomarcatore, ossia la proteina PD-L1, sulle cellule tumorali», continua Novello.

I Biomarcatori
Secondo gli oncologi i biomarcatori potranno essere in futuro dei potenziali strumenti per identificare in maniera precoce la patologia e beneficiare così dell’immunoterapia. «Nel prossimo futuro la collaborazione fra oncologi e anatomo-patologi, chiamati a indentificare questi parametri, diventerà ancora più importante. Il nostro obiettivo è aumentare la percentuale di pazienti in grado di rispondere alle terapie in funzione delle caratteristiche del tumore da cui sono colpiti. Sarà infatti possibile in questo modo razionalizzare le risorse perché potremo trattare con il farmaco giusto i pazienti selezionati in base alla espressione di PD-L1 sulle cellule tumorali e continuare quindi il percorso nella medicina di precisione», conclude Novello.