21 ottobre 2020
Aggiornato 06:30
L'intervista

Donzelli: «Il centrodestra ha vinto. Ma meno di quanto avremmo sperato»

Il DiariodelWeb.it analizza il risultato delle elezioni regionali e del referendum con Giovanni Donzelli, Deputato di Fratelli d'Italia, la forza politica cresciuta di più nei voti

Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Matteo Salvini
Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Matteo Salvini ANSA

Sulla carta, le elezioni sono finite con un perfetto pareggio: tre Regioni a tre. Il centrodestra esulta per aver riconfermato Veneto e Liguria e aver strappato le Marche; il centrosinistra per aver difeso le sue roccaforti come Toscana, Campania e Puglia ed evitato la temuta spallata al governo. Quanto ai risultati di lista, non sembrano soddisfare completamente la Lega, che viene battuta dalla lista civica di Luca Zaia e al Sud non sfonda, mentre registrano la crescita di Fratelli d'Italia in quasi tutti i territori, rafforzata dall'affermazione di Francesco Acquaroli, nell'unica amministrazione che ha cambiato colore. Per questo il DiariodelWeb.it ha analizzato l'esito del voto proprio con un esponente del partito di Giorgia Meloni, il deputato toscano Giovanni Donzelli.

Onorevole Giovanni Donzelli, solitamente il giorno dopo il voto tutti gli schieramenti sostengono sempre di avere vinto. Ma se vogliamo fare un'analisi onesta e oggettiva, chi esce meglio da questa tornata elettorale?
È vero che i dati del giorno dopo sono come la coperta: la si può tirare da tutte le parti. Però, per me, il ragionamento è banale: tutti i governatori uscenti sono stati riconfermati, tranne nelle Marche, che sono passate dal centrosinistra al centrodestra. Se tutte le Regioni sono rimaste così come stavano e l'unica che ha cambiato colore lo ha fatto a nostro favore, mi sembra chiaro chi abbia vinto e chi abbia perso.

Però le aspettative della vigilia erano ben superiori, da parte del centrodestra.
Sì. Io avrei voluto vincere anche in Toscana, come in Campania e in Puglia. Certo che ci sarebbe piaciuto fare 7-0, ma non è che se il centrodestra non vince abbastanza vuol dire che ha perso. Semmai, ha vinto meno di quanto sperasse.

Per fare una metafora calcistica, quella che Allegri definiva una «vittoria di corto muso»?
Forse un po'. Ma se al centrosinistra piace vincere così tutte le volte, cioè cedendo una Regione in più ad ogni elezione, io ci metto la firma. Poi tra un po' le Regioni saranno finite, però, perché su venti il centrodestra ne governa già quindici... Ma il giochino di chi ha vinto e chi ha perso è molto relativo: ora l'importante è che arrivino persone all'altezza di dare risposte necessari a quei territori, in un momento di difficoltà enorme per la nostra nazione.

Lei si è speso molto per la campagna elettorale della sua Regione, la Toscana. È più la delusione di non avercela fatta o la soddisfazione per essersi giocati una partita che, fino a qualche tempo fa, sarebbe sembrata persa in partenza?
Tutt'e due si equivalgono. È tantissima la soddisfazione per essersi giocati una partita importante, perché per la prima volta ho visto la sinistra avere davvero paura. Ma una volta giocata l'avremmo voluta anche vincere. Dobbiamo avere la consapevolezza che era difficilissimo, ma sarei ipocrita a dire che non mi dispiace, perché oltre alla soddisfazione personale credo che si debba dare un governo migliore alla Toscana. Starà a noi riuscire a spiegarlo meglio agli elettori.

Come cambiano gli equilibri nazionali dopo questo voto? Il governo si rafforza o si indebolisce?
È tutto molto relativo. Il governo si rafforza se dà le risposte agli italiani sulla ripresa della scuola, la ripartenza delle aziende, le difficoltà delle partite Iva... Se continua a gestire solo il potere, si indebolisce, a prescindere dal risultato elettorale: è la logica della politica.

Però c'era chi aveva evocato la spallata da queste elezioni regionali.
Giorgia Meloni e, devo essere sincero, anche Matteo Salvini non hanno mai detto che il governo sarebbe caduto in base alle elezioni. Abbiamo detto che il presidente della Repubblica avrebbe dovuto fare una riflessione: ma non solo per l'esito del voto.

E, a proposito di equilibri, come cambiano quelli interni al centrodestra? Fratelli d'Italia può contendere alla Lega la leadership della coalizione?
Fratelli d'Italia nasce e vive come partito di governo. Noi abbiamo l'ambizione di guidare l'Italia e di crescere sempre di più, a prescindere dalle elezioni regionali. Quanto al centrodestra, abbiamo sempre avuto una regola banale e semplice: il leader, quindi il candidato presidente del Consiglio, lo scelgono gli italiani, perché è espresso dal partito che prende più voti. Era così con Berlusconi, è così oggi con Salvini. Se poi un domani gli italiani daranno più voti a Fratelli d'Italia, il presidente del Consiglio lo esprimeremo noi.

Ma Salvini esce un po' ridimensionato?
No. Per noi la corsa non è all'interno del centrodestra. Il nostro obiettivo è far crescere Fratelli d'Italia non a discapito degli alleati, ma degli avversari. Semmai alla sinistra piacerebbe che noi litigassimo al nostro interno, ma noi abbiamo progetti e programmi comuni. Un po' di competizione c'è, altrimenti saremmo lo stesso partito, ma pensiamo che la priorità sia quella di dare risposte agli italiani. Dovrebbero pensarla così anche Pd e M5s, che l'Italia la governano davvero, ma evidentemente non sono altrettanto responsabili.

Fdi esprimeva due candidati presidenti: Acquaroli, storico militante di area, che ha vinto, e Fitto, che invece rispondeva ad un tentativo di allargamento del partito, che ha perso. Questo significa che dovete puntare più su un progetto identitario e rinunciare ad annettere altre fette di elettorato?
Se facessimo questa scelta non saremmo più Fratelli d'Italia. Non abbiamo mai voluto fare una destrina di testimonianza, isolata e ridotta a una resistenza ideologica superata dal tempo. Il partito nasce già dall'unione di più culture politiche: basti pensare che i tre fondatori erano Giorgia Meloni, che rappresenta la nuova generazione, Ignazio La Russa, che segna la continuità con Msi e An, e Guido Crosetto, che ha tutta un'altra formazione. Non ci collochiamo da soli dentro a un recinto, ma vogliamo rappresentare tutti gli italiani.

Parliamo del referendum. Giorgia Meloni ha votato sì, ma tutto il centrodestra, che aveva votato questa riforma in parlamento, poi ha aderito alla campagna elettorale in modo abbastanza tiepido. Con il senno di poi è stato un errore lasciare questa vittoria solo al M5s?
Sono i Cinque stelle che hanno fatto tutto da soli. Fratelli d'Italia ha votato ad ogni passaggio a favore del taglio dei parlamentari, a differenza di altri, ed è l'unico partito per cui il referendum nemmeno si sarebbe fatto, perché non c'è un solo nostro esponente che ha firmato in tal senso. Dopodiché, non siamo convinti che questa sia la madre di tutte le riforme: semmai è un tassello di un quadro più ampio.

Cosa intende?
Per funzionare meglio il parlamento andava snellito, e lo abbiamo fatto, ma bisognerebbe anche selezionarlo meglio, magari con le preferenze, e avere una maggioranza chiara quando si chiudono le urne. Vorremmo che per le politiche accadesse esattamente la stessa cosa che abbiamo visto in queste ore con le regionali: la coalizione che prende un voto in più ha il premio di maggioranza e governa per cinque anni. Loro, invece, vogliono il proporzionale, per complicare ancora di più la vita.

Potendo tornare indietro, Giorgia Meloni si rimangerebbe quelle dichiarazioni in cui prevedeva il 5-2 o il 6-1?
Dovete trovarmi qualcuno che, quando abbraccia una sfida, dichiara di voler perdere. Quello lo lasciamo fare ai perdenti. Noi siamo convinti di essere i migliori, quindi miriamo a vincere ovunque: è normale che sia così. Se uno si candida alle elezioni sperando di perdere, è bene che si ritiri e non si presenti proprio.