25 settembre 2021
Aggiornato 23:30
L'intervista

Mantegazza: «La pandemia è solo l'ultima delle emergenze con cui ci controllano»

Stefano Mantegazza, detto Il Pedante, tra gli autori del libro «Governo Virale», spiega al DiariodelWeb.it come il Covid-19 è stato usato dal potere per raggiungere i suoi scopi

Mantegazza: «La pandemia è solo l'ultima delle emergenze con cui ci controllano»
Mantegazza: «La pandemia è solo l'ultima delle emergenze con cui ci controllano» ANSA

Prima venne la minaccia del terrorismo, poi quella dello spread, infine quella del contagio. Le crisi che abbiamo vissuto in questi ultimi decenni hanno tutte un elemento in comune: l'utilizzo, da parte del meccanismo politico-mediatico, della paura come strumento di controllo delle masse. Di cui la pandemia da coronavirus rappresenta solamente l'ultimo tassello. Ne parla Stefano Mantegazza, detto Il Pedante, insieme a Pier Paolo Dal Monte e all'avvocato Francesco Maimone nel loro libro «Governo Virale», recentemente uscito per Arianna Editrice. Il DiariodelWeb.it ha raggiunto l'autore.

Stefano Mantegazza, nel vostro libro sostenete che quella pandemica non sia che l'ultima emergenza di un'escalation sempre più netta negli ultimi anni.
Certo, si iscrive all'interno di uno stile che era già stato inaugurato, almeno dall'inizio del nuovo millennio. E rappresenta, finora, l'ultimo capitolo di una modalità di gestione dei consensi e della disciplina sociale. Prima c'è stata la stagione delle minacce di attacchi terroristici; poi è arrivata la tappa della crisi economica; c'è stato un tentativo con l'emergenza ambientale, anche se il potenziale di quest'ultima è ancora vasto. Oggi la declinazione che tiene banco è quella sanitaria.

C'è un unico filo conduttore, insomma?
Non solo sono le stesse le modalità di gestione, ma anche i rimedi che vengono proposti o imposti: la sospensione dei diritti, delle garanzie giuridiche, l'indebitamento... Sono sempre epifenomeni di una stessa realtà.

Ma qual è l'obiettivo di questa strategia?
Quello che da sempre ha qualunque potere. Negli ultimi decenni un certo ceto sociale ha già ampiamente acquisito le sue prerogative dal punto di vista economico. Il problema è che lo strumento monetario, da solo, non basta se non è blindato anche da un potere politico: quello di legiferare, reprimere, limitare il perimetro delle opinioni lecite e anche di rendere strutturali, e non solo collaterali, i trasferimenti di ricchezza e dei diritti. Probabilmente la stagione socialdemocratica, che si è vissuta nel nostro Paese come in altri, è stata un'eccezione storica, dovuta ai due traumi delle guerre mondiali. Adesso si ritorna ad una dialettica forse più classica: tra i vertici e la vasta base.

Lo strumento che si usa lo conosciamo bene: è quello della paura.
Assolutamente sì. Si tratta di far saltare non solo dei pensieri o delle abitudini di vita, ma delle garanzie codificate: quelle costituzionali, ma più in generale quelle giuridiche, che hanno trovato forma nella dichiarazione universale dei diritti. L'unica strada è creare uno stato di emergenza tale che non può che essere alimentato da conseguenze inaudite, incontrollabili, apocalittiche. Sostanzialmente, ci dev'essere un nemico. Che, in epoca globale, non può più essere un governo straniero, anche se ogni tanto ci provano con la Russia, la Bielorussia o con qualche Paese mediorientale. Ma, nel nostro caso, il nemico è più subdolo e nascosto: è addirittura una malattia.

Per tenere in piedi questo meccanismo, un ruolo centrale ce l'ha il mondo dell'informazione. Che, anziché fare il cane da guardia del potere, diventa del tutto funzionale a queste dinamiche.
Se vogliamo essere del tutto realisti, l'informazione è sempre l'estensione di un potere. Lo è sempre stata e lo sarà sempre. In qualche caso, nel passato, ha svolto un ruolo di controllo, ma il fatto che oggi venga meno ad esso è una conseguenza diretta dello squilibrio di poteri. Per fare da contrappeso bisognerebbe che dall'altra parte ci fosse effettivamente un potere popolare, democratico, delle masse. Evidentemente oggi le masse non rappresentano più una minaccia e quindi l'informazione si limita ad agire come uno specchio, a riflettere lo squilibrio in corso.

Che contromisure può adottare un singolo cittadino per difendersi?
So che sembra strano dirlo a un giornalista, ma la risposta giusta sarebbe quella di disertare la grande informazione. Che è compromessa al punto tale che non sappiamo nemmeno se ciò che ci viene riferito sia vero o se sia solo una piccola parte del vero, laddove un quadro più ampio farebbe emergere un altro messaggio. Io mi spingo al punto di disertare anche il web, i social, tutti gli strumenti con cui viene costruito questo mondo di paura, di ricatto, di asservimento, di contraddizione, di confusione e di disorientamento dei cittadini. Per il resto, probabilmente, dobbiamo recuperare la dimensione dell'esistenza, della possibilità di un potere diffuso. La resistenza, se raggiunge una massa non maggioritaria ma critica, può effettivamente cambiare le cose.