25 luglio 2021
Aggiornato 07:30
L'intervista

Giannone: «Sulla giustizia il Movimento 5 stelle è ipocrita, falso perbenista»

La deputata Veronica Giannone, eletta nel M5s e oggi in Forza Italia, componente della commissione Giustizia, commenta al DiariodelWeb.it la crisi dei grillini e la riforma Cartabia

Il Ministro della Giustizia, Marta Cartabia
Il Ministro della Giustizia, Marta Cartabia ANSA

La tregua nel Movimento 5 stelle è durata meno di un gatto in autostrada. Manco il tempo di annunciare l'accordo trovato tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte per spartirsi il potere nel partito, che già questo fragile equilibrio è esploso nuovamente. Il casus belli è stato la riforma della giustizia promossa dal ministro Marta Cartabia, che di fatto smonta quella approvata nell'esecutivo precedente da Alfonso Bonafede.

Il fondatore ha ordinato ai suoi in Consiglio dei ministri di votare a favore, e non semplicemente di astenersi, e loro hanno eseguito, pur di tenere in piedi il governo Draghi a tutti i costi. E l'ex premier, dal canto suo, non l'ha presa bene, tanto che inizia a sopportare sempre più malvolentieri la presenza dei pentastellati in questa maggioranza. Il DiariodelWeb.it ha fatto il punto con l'onorevole Veronica Giannone, eletta nel M5s e poi espulsa e passata in Forza Italia, nonché deputata della commissione Giustizia, che sarà dunque chiamata a discutere la riforma già nei prossimi giorni.

Onorevole Veronica Giannone, che effetto le fa assistere alla crisi in cui è precipitato il Movimento 5 stelle?
Faccio una premessa. Sono sicuramente grata al M5s se oggi sono qui. Io ero un'attivista come tanti, nel periodo dei MeetUp. Un giorno sono stata scelta dal mio gruppo per essere candidata alle parlamentarie e ho deciso di accettare. Come me, hanno portato in parlamento anche tante altre persone per bene. Per questo li ringrazio sicuramente. Però...

Però?
Per me è stata la delusione più grande della mia vita. Dai suoi inizi ad oggi, secondo me, il Movimento non si è evoluto, come invece sostengono in molti. Al contrario, si è involuto. Cambiare idea è sicuramente fisiologico, ma in questo caso non ha portato a migliorare, bensì a peggiorare.

Che cosa glielo fa pensare?
Non riesco proprio a credere che il Movimento 5 stelle possa rinascere per via dello pseudo-accordo siglato tra Conte e Grillo. Il nuovo statuto prevede che l'ex premier possa dettare in libertà la linea politica. Questo, per me, non può essere considerato un passo in avanti. Al contrario, sancisce la stabilizzazione in un partito come tutti gli altri: con un leader, il quale definisce la linea, che viene poi accettata e portata avanti da tutti gli altri. Non c'è più il Movimento 5 stelle originario, che nasce dal gruppo, dalla condivisione e dal lavoro per il bene comune.

La famosa democrazia dal basso tanto decantata.
Assolutamente sì. Avevamo tutti l'idea di confrontarci e poi di votare su Rousseau. Ma questo, nella realtà, non esisteva già allora, figuriamoci oggi.

Ma dove si è iniziata a smarrire la strada? Alcuni puntano il dito contro la decisione di aderire al governo Draghi, fortemente voluta da Grillo.
No, il problema nasce molto prima. Anzi, è così da sempre. Io sono rimasta un anno in parlamento con il M5s, che poi mi cacciò il 1° luglio 2019. Mi ricordo perfettamente come andò. Ero sotto la doccia e sentivo suonare il telefonino. Lo andai a prendere e mi rispose un giornalista, che mi informava che ero stata espulsa. Io non sapevo niente. Sono stata accusata di aver trattenuto dei soldi, di essere un'assenteista, di non aver rispettato lo statuto: tutto falso, come ho dimostrato. Questa cattiveria mi fece veramente male.

E allora perché fu mandata via?
Perché avevo votato in modo differente dal resto del gruppo su una serie di argomenti, che riguardavano la mia terra e il futuro dei nostri figli. Quando si decise di inserire nel decreto Genova l'aumento, in percentuali elevate, dell'uso dei fanghi inquinanti in agricoltura, da madre, prima ancora che da parlamentare, non lo accettai. E poi partecipai ad una conferenza stampa che chiedeva chiarezza sugli eventuali danni alla salute derivanti dal 5G.

Dunque in teoria «uno vale uno», ma in pratica non si accetta il dissenso.
Perfetto. E ciò non mi sconvolge affatto, perché ci sono abituata. Ogni lunedì facevamo una riunione in cui non ci si confrontava sui testi delle norme da approvare, ma ci venivano semplicemente comunicate le scelte prese da chi aveva l'autorità di farlo, e noi dovevamo votare di conseguenza. Chi non lo faceva era messo alla gogna. Eravamo terrorizzati di parlare con i giornalisti, di perdere una votazione, finanche di mangiare al ristorante della Camera, perché ci era stato proibito. Ad ogni passo eravamo angosciati, avevamo paura di essere puniti, di essere additati dalla gente.

Terrorismo psicologico.
E oggi sta succedendo la stessa identica cosa. Beppe Grillo ha deciso che la riforma Cartabia doveva andare avanti in questo modo e i ministri si sono limitati ad eseguire. Perché? Non è dato saperlo. Non si può chiedere spiegazioni.

Colpisce in particolare, però, che questo voltafaccia riguardi proprio un tema bandiera come quello della giustizia.
Infatti sulla prescrizione soprattutto l'ex ministro Bonafede aveva fatto una battaglia fortissima. La considero un aiuto ai delinquenti, ai criminali, magari agli stessi politici. Ma il Movimento 5 stelle, su questi temi, è falso perbenista. Predica bene e razzola male. A livello comunicativo si propone come il paladino del giustizialismo, ma in realtà si comporta come gli altri. Oggi vediamo quello che va allo stadio a vedere la Nazionale con l'auto blu e otto persone di scorta, quell'altro che si fotografa sul tappeto rosso a Venezia, quell'altro ai box della Ferrari durante il Gran Premio. Questa si chiama ipocrisia. E se i cittadini non se ne accorgono è un problema.

Lei che opinione si è fatta della riforma? Si dice che sia talmente di compromesso da scontentare tutti.
È una buona partenza, ma penso che vada modificata. Su alcuni punti si sono ottenuti dei buoni risultati: ad esempio sul «fine processo mai». Togliere completamente la prescrizione significa che i dibattimenti si possono prolungare anche per vent'anni. Imporre dei limiti, seppur troppo concentrati, entro i quali le Corti d'Appello e di Cassazione devono emettere una sentenza, secondo me, è positivo. Ma ci sono anche delle perplessità, su cui siamo tutti d'accordo: il rispetto delle garanzie dell'imputato, o il tema dei reati contro la pubblica amministrazione.