8 maggio 2021
Aggiornato 16:00
L'intervista

Garavelli: «Macché lockdown, la soluzione contro il Covid è un'altra»

Il professor Pietro Luigi Garavelli, primario di Malattie infettive all'ospedale di Novara, spiega al DiariodelWeb.it le soluzioni più efficaci per contrastare la pandemia

Garavelli: «Macché lockdown, la soluzione contro il Covid è un'altra»
Garavelli: «Macché lockdown, la soluzione contro il Covid è un'altra» ANSA

Non è il lockdown la strada giusta per superare l'emergenza della pandemia. E nemmeno i vaccini, da soli. Bisogna iniziare ad applicare con maggiore sistematicità i protocolli di cura domiciliare che hanno dimostrato di funzionare molto bene. Sì, perché il Covid si può curare: ad esempio, adottando farmaci come l'idrossiclorochina, già utilizzata in diverse parti d'Italia, o l'ivermectina, che viene invece dall'America del Sud. A raccontarlo al DiariodelWeb.it è il professor Pietro Luigi Garavelli, primario della divisione di Malattie infettive all'ospedale di Novara.

Professor Pietro Luigi Garavelli, ci racconta in cosa consiste questa novità dell'ivermectina?
Io direi che non è tanto una novità. È stata ampiamente impiegata già da un anno in Sud America nel trattamento del Covid. Adesso sono in corso una serie di studi negli Stati Uniti, che avrebbero evidenziato una sua duplice azione. Da un lato riveste il virus, impedendogli di agganciarsi alle cellule bersaglio; dall'altro avrebbe un'azione immunomodulante.

In parole povere, in che modo può aiutare a curare il Covid?
I colleghi sudamericani, con cui ho avuto modo di confrontarmi due volte, lo impiegano nel trattamento precoce, nei pazienti ospedalizzati, nelle sequele croniche e anche come profilassi una volta alla settimana.

Questa è una delle possibilità di cura di questa malattia. Quali sono le altre?
Le possibilità sono in evoluzione. Nella zona in cui lavoro io, Novara, insieme all'alessandrino, al piacentino e al milanese, si è iniziato ad impiegare l'idrossiclorochina, con la sua duplice azione antivirale e immunomodulante. In questa seconda fase ci sono i monoclonali, ma si sta affacciando anche un antivirale specifico, il molnuprinavir, e un inibitore delle proteasi della Pfizer. Man mano, dunque, ci si arricchisce di farmaci contro il Covid. Dall'altro lato, ci sono le terapie patogenetiche, che consistono nell'uso degli antinfiammatori, dei corticosteroidi o degli eparinici.

Quindi ha senso continuare ad applicare il protocollo originario ministeriale delle cure?
Questa è una decisione della politica, insieme ai suoi tecnici di riferimento, a livello nazionale e regionale. Ma in effetti continua ad essere riproposto in diversi protocolli nelle varie Regioni italiane. «Tachipirina e vigile attesa» rimangono comunque presenti.

E la misura del lockdown, da un punto di vista scientifico, ha un senso?
I lavori su questo tema sono sempre più numerosi, soprattutto negli Stati Uniti: il caposcuola è stato un certo Ioannidis. Sostanzialmente si è visto che i comportamenti responsabili ottengono gli stessi risultati del lockdown. Anche perché, quando finisce il lockdown, se non adotto dei comportamenti responsabili, tanto vale...

Dunque l'opinione pubblica fa bene ad affidarsi al vaccino?
Il vaccino dovrà continuare ad inseguire il virus che cambia. Non passa giorno che non emerga una nuova variante. Quindi, o si trova un denominatore comune a tutti i virus, oppure il vaccino andrà continuamente aggiornato.

E quindi la soluzione qual è?
Le soluzioni devono essere combinate. E sono sostanzialmente tre: comportamento responsabile, vaccino e cure precoci.

Lei ha detto che il Covid non si comporta così diversamente da altri virus influenzali. Perché, allora, la risposta istituzionale è stata così diversa?
Per una questione di dimensioni. Il Sars-Cov-2 e il virus influenzale hanno più o meno la stessa virulenza. L'80-85% dei casi sono asintomatici o paucisintomatici, il 10-15% manifestano la malattia, il 5% vanno in ospedale e l'1% decede. Quello che ha reso preoccupante questa patologia è che l'influenza ha un numero di casi minore: in parte per una politica vaccinale più pronta, in parte perché sono sempre gli stessi virus che circolano ogni anno. Il Covid, essendo un virus nuovo, ha un potenziale di infettività di dieci volte.

Insomma, è più contagioso proprio perché è nuovo?
Sì, perché non lo riconosciamo. Tutte le patologie nuove hanno un'enorme diffusione.

Quindi è logico aspettarsi che, con il passare del tempo, la pericolosità diminuisca?
È logico pensare che la situazione evolverà naturalmente in un rapporto meno aggressivo, di minore contagiosità. Però non sappiamo quando.