29 settembre 2020
Aggiornato 23:00
L'intervista

Cartabellotta: «Sulla pandemia di coronavirus evitiamo inutili allarmismi»

Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE, illustra al DiariodelWeb.it i numeri dei contagi che emergono dal suo monitoraggio indipendente

Cartabellotta: «Sulla pandemia di coronavirus evitiamo inutili allarmismi»
Cartabellotta: «Sulla pandemia di coronavirus evitiamo inutili allarmismi» ANSA

Rallenta la crescita dei nuovi contagi e, nonostante l'aumento dei ricoveri, l'assistenza ospedaliera rimane ben lontana dal sovraccarico. Nonostante i toni allarmistici utilizzati da buona parte della grande stampa, i numeri dell'andamento della pandemia di coronavirus continuano a rimanere ampiamente sotto controllo. Lo conferma anche un monitoraggio indipendente come quello che settimanalmente porta avanti la Fondazione GIMBE, di cui il DiariodelWeb.it ha raggiunto il presidente Nino Cartabellotta.

Nino Cartabellotta, l'ultimo monitoraggio indipendente che avete realizzato conferma la tendenza in aumento dei contagi in Italia? Si registrano differenze sostanziali su base territoriale?
Nella settimana 2-8 settembre, rispetto alla precedente, il monitoraggio indipendente della Fondazione GIMBE registra un aumento del numero di nuovi casi del 10,5% (9.964 vs 9.015) e delle persone attualmente positive del 26,3% (33.789 vs 26.754), conseguente sia all’incremento dei casi testati, sia al costante aumento del rapporto positivi/casi testati. Inoltre, si consolida il trend in aumento delle ospedalizzazioni con sintomi (1.760 vs 1.380: +27,5%) e quello dei pazienti in terapia intensiva (143 vs 107: +33,6%). Si registra inoltre un incremento dei decessi (72 vs 46). Sono tutti segnali che, guardando a quello che sta accadendo Oltralpe, impongono di mantenere molto alta la guardia perché vanno nella direzione di una ripresa dell’epidemia nel nostro Paese, sia in termini epidemiologici che di manifestazioni cliniche, proprio alla vigilia del momento cruciale della riapertura delle scuole. Nel quadro di una circolazione endemica del virus si confermano ampie variabilità regionali. Dei 33.789 casi attivi all’8 settembre, il 56,5% si concentra in quattro Regioni: Lombardia (8.221), Lazio (4.124), Emilia-Romagna (3.532), Campania (3.415). Un ulteriore 32% si distribuisce tra Veneto (2.914), Toscana (2.079), Piemonte (1.769), Sicilia (1.454), Puglia (1.321), Sardegna (1.193). I rimanenti 3.767 casi (11,5%) si collocano nelle restanti 9 Regioni e 2 Province autonome con un range che varia dai 39 della Valle d’Aosta agli 860 della Liguria.

Il nuovo rialzo dei casi è da ricondurre ad un errore di gestione politica della fase di riapertura?
Non parlerei di errori, ma di decisioni condivise tra Governo e Regioni. Il 3 giugno, data della riapertura dei confini regionali - oltre che della riapertura delle frontiere con i paesi dell’area Schengen - la circolazione del virus in alcune Regioni era ancora molto sostenuta. La nostra proposta, all’epoca, era di aspettare ancora qualche settimana, oppure procedere a riaperture graduali e differenziate. Ma la necessità di rilanciare le attività produttive, turismo in particolare, ha portato a quella decisione, ribadisco condivisa tra Governo e tutte le Regioni. Successivamente, è montata un’onda di ingiustificato ottimismo, complici la bella stagione, la voglia di libertà, la stabilizzazione del numero dei nuovi casi (che riflettevano ancora il parziale lockdown) oltre che a causa di alcuni messaggi fuorvianti del mondo medico-scientifico che hanno portato ad abbassare troppo la guardia. E con il via libera alla movida e alla riapertura delle discoteche abbiamo dato una notevole mano al coronavirus.

Oltre al numero secco dei contagi, che è l'unico che trova cittadinanza sulle prime pagine dei giornali, se leggiamo le statistiche in modo più approfondito che cosa ci dicono sulla gravità dei contagi stessi?
La maggior parte dei nuovi casi sono asintomatici, ma secondo le dinamiche dell’epidemia l’impennata della curva dei contagi si riflette sia sull’accumulo dei casi «attualmente positivi» che in poco più di un mese sono passati da 12.482 a 33.789, sia sulla gravità clinica. Infatti, dal 21 luglio al 8 settembre i ricoverati con sintomi sono aumentati da 732 a 1.760 e i pazienti in terapia intensiva da 49 a 143. Si tratta fortunatamente di numeri esigui che non configurano alcun segnale di sovraccarico dei servizi ospedalieri; tuttavia, il trend in costante aumento insieme all’incremento dei contagi invitano a mantenere la guardia molto alta nelle prossime settimane.

Il numero limitato di ricoveri è indice di una ridotta pericolosità del virus rispetto all'inizio della pandemia?
Assolutamente no! Il virus non è mutato, né è in alcun modo meno pericoloso. Nella lettura delle dinamiche dell’epidemia molti trascurano che dello tsunami che si è abbattuto sul nostro Paese non abbiamo mai conosciuto la fase iniziale: il coronavirus circolava insidiosamente sottotraccia con migliaia di asintomatici che infettavano senza saperlo parenti, amici e colleghi di lavoro. Il lockdown rigoroso e prolungato ha ridotto la mortalità, gli accessi in ospedale e il numero dei nuovi casi, ma dal 3 giugno siamo di fatto «ripartiti dal via». Ovvero, non bisogna confrontare impropriamente numeri e dinamiche attuali con quelli dello tsunami.

Ad oggi i dati, dal vostro punto di vista, sono tali da generare quell'allarmismo e quella paura che alcune fonti mediatiche hanno ricominciato a diffondere? È giustificato parlare di seconda ondata?
I numeri invitano al tempo stesso ad evitare inutili allarmismi e a non sottovalutare il costante aumento dei nuovi casi, anche in vista di appuntamenti cruciali per il Paese, quali l’imminente riapertura di scuole e università e le prossime consultazioni elettorali. Da un lato è legittimo chiedersi se i numeri attuali siano i segnali di una nuova ondata, dall’altro è ragionevolmente certo che non rivedremo le drammatiche scene di marzo/aprile perché oggi la situazione epidemiologica è attentamente monitorata, il servizio sanitario è ben organizzato e, dunque, non ci sarà alcun effetto sorpresa. Ma non bisogna concedere ulteriori vantaggi al virus, tanto più che i numeri riflettono sempre comportamenti di 3-4 settimane fa.

Avete scelto di monitorare i dati su base settimanale. Da un punto di vista scientifico, non avrebbe più senso che anche i numeri raccontati ufficialmente al pubblico seguissero questa scansione, invece di quella quotidiana, così come accade peraltro in altri Paesi?
La scelta della Fondazione GIMBE è stata motivata da due esigenze. La prima, metodologica, è quella di «neutralizzare» le fluttuazioni giornaliere conseguenti al numero di tamponi effettuati. Ad esempio, sin dall’inizio della pandemia, il numero di casi riportati domenica e lunedì sono sempre più bassi rispetto agli altri giorni della settimana. La seconda è squisitamente comunicativa: l’effetto yo-yo dei dati giornalieri produce nella popolazione un’alternanza di ottimismo/pessimismo che, oltre ad alimentare preoccupazioni o eccessivo rilassamento, fa perdere di vista il reale andamento dei contagi. Peraltro, anche l’Istituto Superiore di Sanità pubblica il bollettino della sorveglianza epidemiologica a cadenza settimanale.

I numeri di cui abbiamo parlato suggerirebbero qualche particolare reazione restrittiva da parte del governo?
Davanti a questi numeri in preoccupante e indiscutibile ascesa non possono essere più tollerati comportamenti individuali irresponsabili, esempi scellerati di cattivi maestri, né tantomeno correnti antiscientiste e manifestazioni di piazza che, sotto il falso scudo della libertà, mettono a repentaglio la salute della popolazione. Accanto al richiamo alle Istituzioni affinché vigilino e sanzionino ogni forma di «attentato» alla salute pubblica, la Fondazione Gimbe rinnova alla popolazione l’invito a rispettare tutti i comportamenti raccomandati. Alle autorità sanitarie il compito di potenziare ulteriormente l’attività di testing, sorveglianza e comunicazione pubblica, oltre che accelerare la messa a punto di un piano adeguato per gestire la difficile «convivenza» tra coronavirus e influenza stagionale.

La riapertura delle scuole è un elemento che può destare ulteriori preoccupazioni in termini di diffusione del virus?
La scuola è stata un po’ la Cenerentola di tutte le riaperture: purtroppo l’istruzione (così come la sanità pubblica) è un settore in cui si è disinvestito per anni: inevitabilmente quindi le riaperture sconteranno le condizioni strutturali e organizzative, inclusa la carenza di organico, in cui oggi versa la nostra scuola. Chiaramente si impone la massima attenzione a tutte le misure di prevenzione e distanziamento che ci hanno permesso di contenere l'emergenza COVID-19. Tenendo conto del verosimile ulteriore aumento dei nuovi casi, occorre assolutamente evitare il caos organizzativo di qualche settimana fa, quando il rientro dei vacanzieri da zone di contagio ci ha trovati inspiegabilmente impreparati. A tal fine, è indispensabile che le «indicazioni operative per la gestione di casi e focolai di Sars-CoV-2 nelle scuole e nei servizi operativi dell’infanzia», emanate dall’Istituto Superiore di Sanità, vengano attuate in modo uniforme in tutte le Regioni, garantendo un tempestivo sistema di testing e tracing dei casi che si manifesteranno tra alunni e insegnanti.

È tra coloro che temono ad ottobre un nuovo lockdown?
Impossibile immaginare un lockdown totale del Paese. Certo, in relazione a situazioni epidemiologiche particolarmente critiche, specialmente se con segni di sovraccarico ospedaliero, potrebbero essere stabilite delle chiusure mirate, di variabile estensione geografica, oltre che di specifiche attività.