15 dicembre 2018
Aggiornato 09:30

Decapitata la nuova Cupola di Palermo. Ecco come Cosa nostra si era riorganizzata dopo la morte di Riina

Il 29 maggio la riunione di Cosa nostra che aveva "incoronato" Mineo come erede di Totò Riina
L'arresto di Settimino Mineo, considerato il successore del boss Totò Riina
L'arresto di Settimino Mineo, considerato il successore del boss Totò Riina (ANSA / IGOR PETYX)

PALERMO - Dopo l'arresto di Totò Riina, il 15 gennaio 1993, l'organo di comando di Cosa nostra, la commissione provinciale risultò decapitata, ma pur cessando di funzionare restò in vita almeno nelle regole che ne costituivano il fondamento. Bernardo Provenzano, pur assumendo il ruolo di vertice di Cosa nostra e di coordinamento tra i vari mandamenti, non risulta abbia mai presieduto riunioni plenarie, anche in ragione di quella «strategia della sommissione» con cui ha diretto l'organizzazione criminale. Una situazione che non trovò l'entusiasmo degli uomini d'onore che non apprezzarono anzi la situazione d'impasse creatasi dopo il 1993. La commissione provinciale di fatto non è riuscita a riunirsi per 25 anni. Nel 2008, le indagini avevano documentato e scontato il tentativo ordito dai boss Benedetto e Sandro Capizzi, Giuseppe Scaduto e Giovanni Adelfio di ricostituire la commissione provinciale. Il vertice dell'organismo avrebbe dovuto essere Benedetto Capizzi, osteggiato però dall'ala dissidente capeggiata da Gaetano Lo Presti, reggente del mandamento di Porta Nuova che ne disconosceva la legittimazione ad assumere il ruolo non essendoci un placet da parte dello stesso Riina ormai detenuto.

Lo «spartiacque storico» per Cosa nostra
Al fine di sopperire alla mancanza di un organismo decisionale idoneo a dare risposte urgenti in una fase di emergenza, dunque, Cosa nostra aveva riconosciuto legittimità ad agire ad un organismo collegiale «provvisorio», costituito dai più influenti reggenti dei mandamenti della città con mere funzioni di consultazione e raccordo strategico fra mandamenti. Nulla a che vedere con l'originaria commissione provinciale. Ed è per questo che la morte di Riina, il 17 novembre 2017 ha rappresentato uno «spartiacque storico» per Cosa nostra. Di fatto, da quella data, tutti i mandamenti più importanti di Palermo hanno avviato una serie d'incontri e confronti per riorganizzare la commissione provinciale, per restituirle quel ruolo di organismo di comando solido e riconosciuto. Questo «fermento» è culminato con la riunione del 29 maggio scorso dei capimandamento. Una riunione che ha «incoronato» di fatto Settimo Mineo, più anziano tra i boss presenti a quell'incontro, nuovo vertice di Cosa nostra, e dunque successore di Totò Riina in seno alla commissione provinciale.

Mineo erede di Riina
Sin dal giorno dopo l'arresto di Totò Riina, nel 1993, i vertici di Cosa nostra si riorganizzarono, individuando nel boss Settimo Mineo l'erede del padrino corleonese dunque. E' quanto emerso anche dall'indagine della Procura di Palermo che ha portato stamani all'azzeramento della commissione provinciale mafiosa di Palermo. I carabinieri hanno arrestato 46 persone accusate di associazione mafiosa, intestazione fittizia di beni, porto abusivo d'armi, danneggiamento, concorso esterno in associazione mafiosa. Gli inquirenti sono riusciti a ricostruire «in presa diretta la fase di riorganizzazione all'interno di Cosa nostra palermitana documentando la ricostituzione della 'nuova' commissione provinciale che lo scorso 29 maggio si è riunita un luogo segreto» per definire quelle che sono le gerarchie e le linee gestionali dell'organizzazione mafiosa.

Gioielliere e boss
Ottantenne capo mandamento di Pagliarelli, Settimo Mineo oltre ad essere il titolare di una gioielleria, è un boss con alle spalle un «pedigree» criminale di tutto rispetto. Arrestato nel 1984 dal pool antimafia di Falcone e Borsellino, fu condannato a 5 anni nell'ambito del Maxiprocesso. L'inchiesta di oggi racchiude quattro filoni d'indagine che hanno consentito tra le altre cose di cogliere e registrare nel corso dei mesi tutta una serie di movimenti, incontri, contatti, conversazioni sospette. Gli inquirenti sono riusciti a disarticolare i mandamenti mafiosi di Pagliarelli, Porta Nuova, Villabate e Belmonte Mezzagno, assicurandone i quattro capimandamento, nonché 10 tra capifamiglia, capidecina e consiglieri, oltre a 30 uomini d'onore.